LOCAZIONI BREVI E DISCIPLINA FISCALE

Ringraziamo i nostri professionisti Carlo Alberto Rezzani, Simonetta Marchesi e Donatella Marino per il contributo su uno dei temi che più generano dubbi a Host e Property Manager che operano nella Hospitality. Si tratta della individuazione della base imponibile su cui il locatore dovrà applicare l’aliquota del 21% qualora decida di optare per il regime fiscale sostitutivo della c.d. “cedolare secca” con particolare riferimento alla questione delle spese di pulizia e, più in generale, di Guest Service o Hotellerie.  Un perimetro critico da ricostruire nel mercato degli “affitti brevi” in cui alla offerta di alloggio si accompagna, in supporto ai concetti di “home sharing”, qualche servizio tradizionalmente estraneo alla locazione quale la pulizia del locale. Se ne occupa in parte la disciplina fiscale delle “locazioni brevi” introdotta dall’Art. 4 del D.L. 50/2017, convertito con modificazioni in L. 96/2017 intervenuta sul punto per trattare ovviamente solo l’ipotesi della persona fisica non imprenditore (in caso di reddito d’impresa il tema non si pone) che concede in locazione l’alloggio direttamente o “tramite soggetti che esercitano attività di intermediazione immobiliare, ovvero soggetti che gestiscono portali telematici”.

L’Art. 4 del D.L. 50/2017, in particolare, prevede che “si intendono per locazioni brevi i contratti di locazione di immobili ad uso abitativo di durata non superiore a 30 giorni, ivi inclusi quelli che prevedono la prestazione dei servizi di fornitura di biancheria e di pulizia dei locali, stipulati da persone fisiche, al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa, direttamente o tramite soggetti che esercitano attività di intermediazione immobiliare, ovvero soggetti che gestiscono portali telematici, mettendo in contatto persone in cerca di un immobile con persone che dispongono di unità immobiliari da locare”. La norma precisa inoltre che ai redditi derivanti dai contratti di locazione breve stipulati a partire dal 1° giugno 2017 “si applicano le disposizioni dell’articolo 3 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23 (in materia di Cedolare secca sugli affitti ndr), con l’aliquota del 21 per cento in caso di opzione per l’imposta sostitutiva nella forma della cedolare secca”.

Qualcuno auspicherebbe una interpretazione che consentisse l’applicazione del regime fiscale della “cedolare secca” solo sull’importo del canone in senso stretto, ovvero escludendo dalla base imponibile le spese dei servizi di fornitura di biancheria e di pulizia dei locali ovvero le spese di provvigione. Aspetto sul quale è intervenuta anche la Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 24 del 12 ottobre 2017.

Tuttavia l’unica interpretazione oggi sicura di tali norme, ancorché dolorosa, è quella che rimane in linea con i principi generali del diritto tributario in materia immobiliare: il redditto fondiario non deduce costi e oneri, in quanto quantificato sulla base di criteri forfettari rispetto ad altri parametri (la rendita catastale o il canone di locazione). Anche la “cedolare secca”, di conseguenza, dovrà essere applicata sull’importo del canone o del corrispettivo lordo indicato all’interno dell’accordo locativo. E’ vero che il contratto di locazione breve, come spiega (purtroppo con un inciso sibillino) il legislatore del D.L. 50/2017, può essere caratterizzato dalla eventuale fornitura anche di prestazioni accessorie, ovvero i servizi di fornitura di biancheria e di pulizia dei locali. Ma devono ritenersi incluse all’interno del corrispettivo lordoanche le spese eventualmente addebitate a titolo forfettario per tali prestazioni”. Sul punto interviene una spiegazione dell’Agenzia delle Entrate: “le spese per servizi accessori si ritiene che non concorrano al corrispettivo lordo solo qualora siano sostenute direttamente dal conduttore o siano a questi riaddebitate dal locatore sulla base dei costi e dei consumi effettivamente sostenuti”. La Circolare dell’Agenzia delle Entrate riporta anche il seguente esempio di calcolo:

Esempio:

  • Canone di locazione euro 1.000
  • Spese per pulizia non comprese nel canone euro 100
  • Ritenuta euro 210 (1.000 x 21%)

Esempio:

  • Canone di locazione (comprensivo del servizio di pulizia) euro 1.100
  • Ritenuta euro 231 (1.100 x 21%)

Pertanto, al fine di poter escludere dalla base imponibile per il calcolo della cedolare secca le spese relative ai servizi di fornitura di biancheria e di pulizia dei locali è necessario che queste vengano sostenute direttamente dal conduttore (e fin qui, nulla quaestio) oppure dal locatore, ma solo se riaddebitate al conduttore non in via forfettaria, bensì a consuntivo sulla base dei documenti giustificativi. Pericolosissimo dunque l’escamotage – utilizzato da molti Host ma anche da alcuni Property Manager – di indicare nel contratto di locazione la voce “spese di pulizia” separata dalla voce “canone” con la semplice menzione di un importo stabilito artificialmente, fiduciosi di aver così risposto al requisito della norma che consente l’esclusione del relativo costo dalla base imponibile. Il rischio di una contestazione dell’Autorità fiscale è elevato. In altre parole la possibilità di escludere tali spese dalla base imponibile esiste ma non sulla base di un semplicistico scorporo di una voce all’interno del canone bensì fondandosi su effettive soluzioni attente al testo della normativa e dei principi generali dell’ordinamento, spesso dimenticati in questi frangenti.

Discorso a parte vale poi per le fees a favore di coloro che intervengono nel percorso, che sarà oggetto di diverso approfondimento.

Per quanto riguarda, infine, la qualificazione reddituale dei redditi derivanti dal contratto di locazione breve, come chiarito dall’Agenzia delle Entrate, questa “non muta anche qualora il contratto preveda la fornitura di servizi accessori strettamente connessi alla funzionalità dell’immobile”. E aggiunge che “la normativa in esame si applica prescindendo dal reddito derivante dal contratto di locazione in quanto riferita sia ai contratti di locazione produttivi di reddito fondiario (nel caso in cui il locatore sia titolare di diritto di proprietà o di altro diritto reale sull’immobile) sia ai contratti produttivi di reddito diverso (nel caso in cui il locatore sia titolare di un diritto personale di godimento sull’immobile, ad esempio di locazione o di comodato)”; in ogni caso, è necessario ricordare che, in presenza di altri e/o ulteriori servizi offerti, può determinarsi il passaggio al regime del reddito d’impresa con conseguente inapplicabilità del regime di cui all’Art. 4 del D.L. 50/2017 di cui si è parlato.

AFFITTI BREVI: CONTRATTO SCRITTO?

Pubblichiamo al link che trovare di seguito un’intervista di Hospitality-News a uno dei nostri professionisti su uno dei temi più critici del momento: la discussa nullità del contratto di locazione concluso on line senza forma scritta.

https://www.hospitality-news.it/blog-interviste/2602-affitti-brevi-e-contratto-scritto.html

CONTRATTO DI LOCAZIONE E CONTRATTO DI OSPITALITA’: LE DIFFERENZE

L’attuale mercato della Hospitality è caratterizzato da una forte confusione, soprattutto sull’utilizzo delle diverse categorie contrattuali che disciplinano i rapporti fra host e guest. Al link qui sotto trovate un approfondimento di uno dei nostri professionisti, pubblicato su Persona e Danno, sulle principali differenze fra contratto di locazione, anche per periodo breve o con finalità turistica, e contratto di ospitalità turistica.

https://www.personaedanno.it/articolo/contratto-di-locazione-e-contratto-di-ospitalita-le-differenze

LOCAZIONI BREVI: CODICE IDENTIFICATIVO E BANCA DATI

Nella notte fra il 9 e il 10 giugno è stata approvata dalle Commissioni della Camera appositamente incaricate un emendamento al Decreto Crescita volto a favorire l’emersione dei redditi di coloro che concludono contratti di “locazione breve” che, essendo inferiori ai 30 giorni, restano esclusi dall’obbligo di registrazione. Corretto l’intento del legislatore ma poco chiara la norma che potrebbe in futuro essere esposta a censure di legittimità. Infatti quello che oggi sarebbe l’art. 13-bis, comma 4, del Decreto Crescita così dispone: per “migliorare la qualità dell’offerta turistica, assicurare la tutela del turista e contrastare forme irregolari di ospitalità, anche ai fini fiscali, presso il Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo è istituita una apposita banca dati delle strutture ricettive, nonché degli immobili destinati alle locazioni brevi ai sensi dell’articolo 4 del decreto-legge 24 aprile 2017, n. 50, convertito, con modificazioni, dalla legge 21 giugno 2017, n. 96, presenti sul territorio nazionale identificate secondo un codice alfanumerico, di seguito denominato «codice identificativo», da utilizzare in ogni comunicazione inerente alla offerta e alla promozione dei servizi alla utenza”. Ma non esiste la categoria degli “immobili destinati alle locazioni brevi” e i vincoli di destinazione non sono ben accetti nel nostro ordinamento. Inoltre non è chiaro in questo caso da chi sarebbe posta e imposta, questa “destinazione“, né come, né quando. Se la destinazione di un immobile a locazioni brevi andasse considerata come frutto della volontà del soggetto proprietario (almeno così parrebbe la ratio della norma) il concetto andrebbe comunque perimetrato e inserito nel quadro dei principi generali dell’ordinamento per non diventare una immotivata limitazione del diritto di proprietà di facile censura. Più semplicemente la norma, se fosse approvata con questo testo, presenterebbe nuovamente un problema ermeneutico aperto a varie interpretazioni e finirebbe con l’affaticare ancora di più i nostri tribunali con inevitabili contenziosi. Per di più da una parte appesantirebbe inutilmente il mercato immobiliare imponendo nuovi adempimenti mentre dall’altra non risolverebbe il problema della competizione distorta con gli albergatori: e infatti i proprietari che son soliti procedere correttamente sarebbero gravati da un adempimento ulteriore, mentre i “furbetti” continuerebbero con agio a evitare il censimento forti di una facile difesa giudiziaria in caso di sanzioni. Per un aggiornamento sul percorso normativo delle nuove disposizioni sul turismo suggeriamo la lettura dell’intervista a Sergio Lombardi, dottore commercialista esperto di affitti brevi, che risponde alle domande di Hospitality-News.

https://www.hospitality-news.it/blog-news/2592-osservatorio-sulla-riforma-del-turismo.html

STRUTTURE RICETTIVE E “AFFITTI BREVI” IN CONDOMINIO

L’appartamento posto all’interno di un condominio può essere rivolto all’Hospitality? L’intervento di uno dei nostri professionisti su Persona e Danno, che qui segnaliamo, si concentra non solo sulla natura giuridica di servitù ormai quasi concordemente attribuita agli eventuali divieti di destinazione contenuti nei regolamenti condominiali ma anche sull’attuale vivace dibattito giurisprudenziale che cade proprio sull’interpretazione dell’antica terminologia di tali divieti di destinare gli alloggi ad attività in qualche modo riconducibili all’Hospitality. I giudici per ora sono divisi su fronti opposti e l’intervento si sofferma soprattutto sulle recentissime decisioni dei Tribunali di Roma e di Milano, divise tra chi valorizza una interpretazione restrittiva dei divieti regolamentari e chi, al contrario, anche alla luce dell’“evoluzione del costume sociale”, ritiene che, qualora sia ravvisabile tra le finalità dei divieti regolamentari l’intenzione di vietare attività “ontologicamente alberghiere“, rientrino in tale divieto anche gli affittacamere e i B&B, anch’essi riconducibili a tale categoria e in quanto tali vietate dai regolamenti condominiali che precludano di adibire qualsiasi unità immobiliare ad uso “locanda o pensione”.  

https://www.personaedanno.it/articolo/strutture-ricettive-e-affitti-brevi-in-condominio-tribunale-di-milano-8-febbraio-2019

Antinomie normative, violazioni, sanzioni e ricorsi

L’impalcatura di diritto civile che regola l’Hospitality è di per se lineare. Alcuni consolidati principi generali e poche norme dedicate regolano sia le locazioni con finalità turistica sia i contratti di alloggio nelle strutture ricettive, o più in generale i contratti di ospitalità. Ne abbiamo già più volte parlato, e ne riparleremo. Sono norme e principi di diritto privato che, se ben conosciuti e correttamente coordinati con la normativa regionale e la disciplina fiscale applicabile, consentono di confezionare buoni contratti che regolano i rapporti tra le parti in modo efficace. E questo non solo nei contratti più semplici, quelli tra proprietari HOST e inquilini GUEST, o tra gestori di alberghi e strutture ricettive e clienti, ma anche quando le strutture negoziali sono più articolate per la presenza di Property manager, Tour operator o intermediari.

Più difficile affrontare i temi di diritto amministrativo-regionale o di carattere fiscale che regolano l’Hospitality, e quasi impossibile coordinarli con le norme di diritto civile e di diritto penale. Spesso sono disposizioni antitetiche tra loro, in contrasto con altre norme o persino con principi generali e fondamentali dell’ordinamento.

Ne sono un ricorrente esempio alcune leggi regionali che a volte costruiscono un quadro sanzionatorio sproporzionato (con pene che arrivano a qualche decina di migliaia di euro) rispetto alla (non) gravità della violazione. Si veda l’Art. 39 della Legge regionale lombarda n. 27/2015 che prevede, in caso di attività ricettiva alberghiera e non alberghiera intrapresa senza aver osservato uno degli adempimenti previsti, una sanzione amministrativa da € 2.000  a € 20.000. Oppure l’Art. 31 della Legge regionale del Lazio n. 13/2017 che, allo stesso modo, prevede, in caso di esercizio di un’attività ricettiva in violazione di quanto in essa stabilito, una sanzione amministrativa da € 5.000 a € 10.000, nonché l’immediata chiusura dell’attività. Disposizioni che possono delineare profili di illegittimità costituzionale se si ritenesse violato il principio costituzionalmente garantito di proporzione fra qualità e quantità della sanzione, da una parte, ed offesa, dall’altra, che, come chiarito dalla stessa Consulta in una nota decisione del 1990, ormai anche “la Corte di Giustizia della Comunità europea ha accolto in tutta la sua ampiezza, al punto da estenderlo all’illecito amministrativo”.

Sul tema delle sanzioni amministrative e dei loro possibili profili di illegittimità, a breve, un approfondimento specifico.

LA RITARDATA LIBERAZIONE DELL’ALLOGGIO NEL CONTRATTO DI LOCAZIONE E NELLE VARIE FORME DI OSPITALITA’

Nella prassi della Hospitality i contorni tra i rapporti contrattuali di tipo locativo, da una parte, e ricettivo, “ontologicamente” alberghiero, dall’altro, sono sfumati. Nel diritto, invece, i perimetri sono ben marcati ed altrettanto marcate le ricadute. Eccone un esempio: la mancata liberazione dell’immobile al termine del soggiorno riceve soluzioni diverse se si tratta di un contratto di locazione a uso transitorio o per finalità turistica, da una parte, o di un contratto atipico di albergo (meglio definito, più in generale, di ospitalità turistica), dall’altra.

Il tema della forma scritta del contratto di locazione diventa, a questi fini, nevralgico. La dottrina prevalente tende oggi a ricondurre gli aspetti civilistici del contratto di locazione turistica nell’alveo del codice civile, rendendo applicabile il principio di libertà di forma sancito all’Art. 1325 n. 4 c.c.

Seguendo questa tesi la forma scritta del contratto di locazione con fine turistico non sarebbe richiesta ai fini della sua validità, dato il superamento del disposto dell’art. 1 co. 1 c l. 431/1998 attraverso il D. lgs 79/2011 art. 53 che, rinviando al codice civile, riporta al principio generale della libertà di forma (gli estremi del dibattito sulla questione della discussa validità dei contratti di locazione con scopo turistico non conclusi in forma scritta sono più ampiamente trattati nell’opera dei nostri autori “LA NUOVA OSPITALITA’ TURISTICA. Dalle strutture ricettive tradizionali alle nuove forme di ospitalità.) Seguendo questa prevalente tesi, quindi, il contratto sarebbe validamente concluso attraverso qualsiasi forma di manifestazione del consenso, ivi inclusa la semplice telefonata o il c.d. “point and click“. “.

Tuttavia, è bene considerare che la forma scritta del contratto di locazione è d’aiuto anche a prescindere dal tema della sua validità. Certamente è indispensabile ai fini probatori, unico strumento idoneo a dimostrare i contenuti specifici dell’accordo senza ricorrere alle difficoltà delle prove testimoniali.

Ma non solo: incide anche sulla difficile tematica della liberazione dell’immobile.

In particolare, in assenza di un idoneo contratto scritto, il locatore rischia di non ottenere dal giudice adito la convalida dello sfratto per morosità del conduttore né il pagamento dei canoni arretrati.

Riportiamo, per l’apprezzabile chiarezza, una decisione del Tribunale di Modena del 2011, seppur resa su una situazione diversa. Chiarisce il Tribunale che “nel procedimento per convalida di licenza o di sfratto la mancanza del contratto scritto di locazione (ovvero l’omessa produzione in giudizio di esso) appare ostativa alla convalida dello sfratto, in quanto impedisce al giudice la verifica delle condizioni di accoglibilità della domanda e in particolare del riscontro dell’importo del canone dovuto, della dedotta inadempienza e quindi della gravità della mora rilevante agli effetti della risoluzione ex artt. 1453 e 1455 c.c.”. Per quanto riguarda il contratto di locazione, di conseguenza, la forma scritta del contratto quand’anche non necessaria “ad substantiamcostituisce presupposto di accoglibilità della domanda di convalida di licenza o di sfratto (Art. 657 e ss. c.p.c.)

Da sottolineare che alla procedura speciale, più agile e veloce, del procedimento per sfratto di cui all’Art. 657 c.c non può comunque ricorrere chi opera nel settore ricettivo in virtù di contratti atipici di ospitalità turistica. E questo non solo perché accordi simili ben raramente vengono conclusi per iscritto. Il tema nasce in realtà, in questo caso, prima: il procedimento per sfratto è uno strumento specifico offerto al locatore, non fruibile in altre tipologie contrattuali.

Interessante, sul punto la decisione della Corte di Cassazione n. 26233 del 2006. La Suprema Corte chiarisce che non può essere considerato illecito l’intervento di un funzionario della Polizia di Stato, svolto nell’esercizio dei poteri di composizione dei dissidi privati che indubbiamente compete all’autorità di pubblica sicurezza, al fine di persuadere l’occupante moroso di una camera di residence a rilasciare l’immobile, nel quadro di un rapporto contrattuale di alloggio, al quale, per la sua atipicità, non si applica la procedura dello sfratto prevista per il contratto tipico di locazione (art. 657 c.p.c.). Tesi, questa, conforme alla giurisprudenza civile sul punto e alle pronunce giurisdizionali richiamate nella sentenza, dalle quali si ricava che la equiparazione del contratto di residence a quello di albergo porta a sottrarre questo modello contrattuale atipico alla previsione dell’Art. 657 del codice di procedura civile il quale contempla solo il contratto tipico di locazione.

Il gestore di una struttura ricettiva, dunque, operante attraverso contratti atipici di albergo o, più in generale, di ospitalità, privato in ogni caso della possibilità di ricorrere alla procedura di sfratto di cui all’Art. 657 c.p.c., è legittimato a intervenire con altre modalità, qualora gli ospiti non lascino l’alloggio nel momento concordato. Il punto verrà presto ripreso con uno specifico approfondimento.

Affitti brevi a Roma tra sfide e opportunità future

Il prossimo giovedì 23 maggio sarà presente a Roma, in occasione del convegno “Affitti brevi a Roma tra sfide e opportunità future”, uno dei nostri professionisti, che interverrà sul tema “Il contratto di locazione breve con finalità turistica: l’inquadramento secondo la giurisprudenza”. Saranno così trattati gli aspetti civilistici del contratto di locazione con finalità turistica attraverso una sintetica disamina della relativa giurisprudenza.

Nell’intervento verranno esaminate le decisioni dei nostri giudici sugli aspetti più critici di questo modello contrattuale, ormai dilagante nel mercato dei c.d. “affitti brevi“, a volte utilizzato in modo piuttosto scomposto e, generalmente, poco conosciuto nei suoi diversi risvolti. Innanzitutto, quanto ai contenuti contrattuali, verrà posto il focus sulla (im)possibilità, per il locatore HOST, di fornire, oltre all’alloggio, servizi di hospitality direttamente al conduttore e ai suoi ospiti.

Verrà poi affrontata la discussa ipotesi di uno speciale requisito di forma scritta, che sarebbe, per taluni, necessaria per la valida conclusione di questo accordo locativo – anche se di durata inferiore ai trenta giorni – , per altri solo opportuna ai fini probatori o per la fruibilità del procedimento speciale di convalida di sfratto: tematiche oggetto di frequenti e non sempre uniformi interventi da parte della giurisprudenza di merito e di Cassazione.

Inoltre l’intervento proporrà uno sguardo al vivace intrecciarsi della legislazione civilistica nazionale con l’ambito amministrativo-regionale laziale, che prevede una dettagliata serie di adempimenti a carico del locatore HOST, solitamente accompagnati da severe sanzioni in caso di violazioni.  E al procedimento da seguire per contestare tali sanzioni, ricorrendone i presupposti.

Un nuovo contributo, confidiamo, per dipanare, offrendo le interpretazioni della giurisprudenza, questo aggrovigliato impianto normativo in rapido divenire.

Peculato per il gestore della struttura che non riversa l’imposta di soggiorno

A torto o a ragione, sono sempre più numerosi e severi i controlli sulle violazioni alle normative sulla Hospitality in tutta Italia. E sempre più spesso seguiti da sanzioni davvero pesanti, specialmente in alcune Regioni. Tra le contestazioni più temute, quella del peculato – previsto dall’Art. 314 cod. pen. – per il mancato versamento della imposta di soggiorno, qualora sia prevista dal Comune di riferimento. Sono in molti a non saperne gran che, di questo tributo: i destinatari della norma penale possono essere i gestori di alberghi ma anche di strutture ricettive non alberghiere, spesso di dimensioni molto contenute come gli affittacamere o anche i B&B o le CAV.

Più controversa la questione quando la violazione della normativa sull’imposta di soggiorno viene posta in essere da alcune categorie di locatori – o da intermediari e portali – talvolta anch’essi obbligati, ma a diverso titolo e con responsabilità di altra natura, ad alcuni adempimenti relativi a questo atipico tributo. Situazione non trattata nel presente approfondimento.

Quanto alle strutture ricettive, in caso di violazione delle disposizioni sull’imposta di soggiorno la normativa penale viene ormai applicata con crescente rigore e  le Procure procedono decise con i rinvii a giudizio. La pena edittale ex Art. 314 cod. pen. è molto seria: è prevista la reclusione da 4 anni a 10 anni e 6 mesi.

 Utilie rivedere, sul punto, i passaggi salienti della recente sentenza della Corte di Cassazione, Sez. VI Penale, del 7 febbraio 2019 n. 6130. Questa la vicenda, opportunamente semplificata alla luce delle finalità di questo sito.

Al gestore di un albergo che non aveva debitamente versato l’imposta di soggiorno (in realtà gli imputati – rispettivamente AD della proprietà alberghiera e direttore del albergo- erano due, in concorso) era stata contestata l’appropriazione dei relativi importi incassati dai clienti della struttura alberghiera. Il Tribunale di Milano condannava dunque il gestore per il reato di peculato di cui all’Art. 314 cod. pen. e la Corte d’Appello ne confermava la decisione.

Il gestore ricorreva quindi alla Suprema Corte di Cassazione trattando numerosi aspetti. Tra i tanti, contestava la qualifica dei gestori di strutture alberghiere quali pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio” o anche la “violazione di legge in relazione alla L. n. 2248 del 1965, artt. 4 e 5 con riferimento alla omessa disapplicazione del Regolamento comunale della città di Milano sull’imposta di soggiorno per contrasto con gli artt. 23 e 36 Cost.“. Il gestore ricorrente prospettava anche una “questione di legittimità costituzionale del D. Lgs. n. 23 del 2011, art. 4, con riferimento al D. Lgs. n. 446 del 1997, art. 52, per contrasto con gli artt. 23 e 36 Cost.“: il ricorrente, in particolare, sottolineava che l’attività di riscossione in questi casi non poteva essere paragonabile a quella di altre categorie, (come quella dei tabaccai), in quanto si tratterebbe di “un’imposizione unilaterale, senza la possibilità di sottrarsi e imponendo la prestazione a titolo gratuito“.  Altro aspetto è quello della “violazione dell’art. 5 cod. pen. e al principio espresso dalla Corte costituzionale (sent. n. 364 del 1988) in tema di ignoranza inevitabile, quanto alla qualifica pubblica assunta con il Regolamento comunale sull’imposta di soggiorno nella città di Milano“. Ciò in quanto “all’epoca dei fatti la normativa in esame era sicuramente oscura quanto ai profili giuridici dell’attività delegata ai gestori di strutture ricettive dai regolamenti comunali, tenuto conto dell’apparato sanzionatorio dagli stessi previsto (sanzioni di tipo amministrativo)”.

Oltre ad altri aspetti, il ricorrente albergatore sosteneva anche che “le condotte previste dalla normativa regolamentare e da quella penale sarebbero del tutto coincidenti e sovrapponibili e la circostanza che il legislatore non abbia previsto sanzioni penali per punire gli inadempimenti in ordine alla riscossione dell’imposta di soggiorno renderebbe evidente l’intenzione del legislatore di affidarne la punizione alla sola sanzione amministrativa”, speciale rispetto a quella penale. Interessante anche il rilievo in merito alla “mancata concessione dell’attenuante di cui all’art. 323 bis cod. pen.” in quanto “il ricorrente aveva provveduto a versare tutte le somme dovute, con i relativi interessi, dimostrando che la condotta non era connotata da alcuna gravità. Pertanto, andava riconosciuta la sopra indicata circostanza mitigatrice della pena, tenuto conto anche delle condizioni in cui versava il ricorrente all’epoca dei fatti e della poca chiarezza del quadro normativo.”

Questo secondo la ricorrente struttura alberghiera. Ma la Suprema Corte ha ritenuto il ricorso “infondato in ogni sua articolazione”, rigettandolo.

Questo perché “la questione della configurabilità del reato di peculato nel caso di appropriazione da parte del gestore di una struttura alberghiera o ricettiva residenziale delle somme riscosse a titolo di imposta di soggiorno per conto dell’ente comunale è stata già affrontata” in modo conforme dalle precedenti pronunce di legittimità, contribuendo a creare un orientamento ad oggi consolidato, di cui la nuova sentenza riassume il percorso.

La disciplina dell’imposta di soggiorno è contenuta nel D.Lgs. 14 marzo 2011, n. 23, art. 4, contenente disposizioni in materia di federalismo fiscale municipale”: e l’imposta di soggiorno propriamente denominata è esclusivamente quella individuata dal primo comma dell’art. 4, il quale dispone che “i comuni capoluogo di provincia, le unioni di comuni nonché i comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte possono istituire, con deliberazione del consiglio, un’imposta di soggiorno a carico di coloro che alloggiano nelle strutture ricettive situate sul proprio territorio“.

Sarebbe dunque chiaro, secondo la Corte, il perimetro normativo del tributo, avendone il legislatore individuato il presupposto, costituito dal soggiorno nelle strutture ricettive localizzate entro il territorio degli enti locali impositori, nonché i soggetti passivi, rappresentati dagli ospiti di tali strutture, la  misura e la destinazione del gettito del tributo, disponendo che le entrate sono destinate a finanziare interventi in materia di turismo.

La disciplina di dettaglio non è ancora stata varata, con la conseguenza che, in sede di regolamentazione del tributo i Comuni capoluogo di Provincia sono espressamente autorizzati a disporre “ulteriori modalità applicative del tributo“, nonché a prevedere esenzioni in quanto, nel caso di mancata emanazione del regolamento nei termini previsti, i Comuni possono comunque procedere alla istituzione del tributo.

La qualifica assunta dai gestori delle strutture ricettive esula dall’ambito della responsabilità d’imposta, sicché il gestore è un terzo rispetto alla obbligazione tributaria ed il suo coinvolgimento avviene ad altro titolo, ossia quale destinatario di obblighi formali e strumentali all’esazione del tributo comunale.”

Ne discende che il rapporto tributario intercorre esclusivamente tra il Comune (come soggetto attivo) e colui che alloggia nella struttura ricettiva (soggetto passivo)

La Corte di Cassazione riprende poi la posizione già assunta sul punto dalla Corte dei Conti, secondo cui “i soggetti operanti presso le strutture ricettive, ove incaricati della riscossione e poi del riversamento nelle casse comunali dell’imposta di soggiorno corrisposta da coloro che alloggiano in dette strutture, assumono la funzione di agenti contabili, tenuti conseguentemente alla resa del conto giudiziale della gestione svolta”.

In tal senso giova anche richiamare il recente arresto in tema di imposta di soggiorno delle Sezioni Unite civili della Corte cassazione (ord. 19654 del 24/07/2018, Rv. 649978), secondo cui tra il gestore della struttura ricettiva (o ‘albergatore’) ed il Comune si instaura un rapporto di servizio pubblico con compiti eminentemente contabili, che implicano il maneggio di denaro pubblico“.

Ne consegue che il rapporto tra società ed ente si configura come rapporto di servizio, in quanto il soggetto esterno si inserisce nell’iter procedimentale dell’ente pubblico, come compartecipe dell’attività pubblicistica di quest’ultimo, e la società concessionaria riveste la qualifica di agente contabile, non rilevando in contrario né la sua natura di soggetto privato, né il titolo giuridico in forza del quale il servizio viene svolto “.

Muovendo da tali premesse, la Suprema Corte ha ritenuto che il gestore della struttura, incaricato della riscossione dell’imposta di soggiorno in esame, rivesta la qualità di incaricato di pubblico servizio, anche in assenza di un preventivo, specifico incarico da parte della pubblica amministrazione, in considerazione della natura prettamente pubblicistica della sua attività.

La Corte non accoglie nemmeno il riferimento alla ignoranza scusabile: infatti “non sussisteva alcun dubbio ragionevole che le somme andassero riversate al Comune (il ricorrente si era astenuto da qualsiasi attività volta a documentare la riscossione, dimostrando plasticamente la volontà di non voler effettuare alcun riversamento)”.

Esclusa l’applicabilità della scriminante specifica e delle attenuanti generiche, la Suprema Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Dall’Europa: buone notizie per Airbnb Ireland

L’Avvocatura generale della Corte di Giustizia UE ritiene di poter qualificare come “servizi della società dell’informazione” le attività svolte da Airbnb Ireland in Francia. In Italia, recentemente, i giudici del Tar Lazio avevano respinto il ricorso di Airbnb Ireland e Airbnb Payments contro alcune disposizioni (e relative interpretazioni dell’Agenzia delle Entrate) del D.L. 5072017 sulla cui base il portale (semplificando) avrebbe dovuto operare l’obbligo di ritenuta del 21% del canone o corrispettivo versato. Ad opposte conclusioni sembra esser giunta l’Avvocatura generale, chiamata a esprimersi su un contenzioso francese (relativa a diverso argomento, la c.d. “legge Hoguet”). In entrambe le vicende, la italiana e la francese, ai giudici veniva richiesto, tra l’altro, di valutare la possibilità di qualificare il servizio fornito da Airbnb Ireland quale “servizio della società dell’informazione ai sensi della direttiva 2000/31/CE”.

Ma vediamo, sempre semplificando per quanto possibile e con qualche necessaria approssimazione, i punti di intersezione delle due posizioni.

1. Innanzitutto il Tar Lazio. Airbnb fra i motivi di ricorso presentati lamentava “l’omessa disapplicazione dell’art. 4 del d.l. 50/2017 quale atto normativo in contrasto con la direttiva 1535/2015/UE per omessa previa comunicazione alla Commissione europea dell’introduzione di regole tecniche nella società dell’informazione”. La citata direttiva del 9 settembre 2015 n. 1535 prevede una particolare procedura di notifiche in relazione alle regole relative ai servizi delle società d’informazione: ne conseguirebbe che l’omessa previa notificazione alla Commissione europea determinerebbe automaticamente l’inopponibilità di tali regole. Secondo quanto sostenuto da Airbnb in tali ricorsi, di conseguenza, “l’amministrazione resistente avrebbe dovuto disapplicare il d.l. n. 50/2017 ed astenersi dal dare alcuna attuazione alle misure tecniche qui in rilievo, e tale omessa disapplicazione costituisce motivo di annullamento del provvedimento impugnato, per violazione di legge e travisamento in diritto”.

Il TAR Lazio, in ogni caso, rigettava il ricorso presentato da Airbnb, sostenendo che “come ha rilevato la Corte di giustizia nel caso Uber contro Francia (…) in fattispecie non certo identica ma caratterizzata da profili di interesse per la vicenda in esame, in caso di servizi di intermediazione effettuati in via elettronica occorre distinguere tra il servizio della società di informazione e il servizio oggetto dell’attività di intermediazione (nel caso di Uber c/ Francia, il servizio di trasporti, nel nostro caso, il servizio di locazione breve di immobili). Nel caso della sentenza Uber, la Corte di giustizia UE ha riconosciuto l’intermediazione come meramente accessoria rispetto al servizio di trasporto, in quanto “il servizio di intermediazione fornito dalla società interessata era indissolubilmente legato all’offerta di servizi di trasporto urbano non collettivo creata dalla stessa” (par. 21). Nel caso oggetto del presente giudizio, vale l’esatto contrario del caso Uber: l’attività di intermediazione di Airbnb è ben distinta da quella di locazione breve posta in essere dai proprietari di immobili, la quale peraltro non è regolata da disciplina comunitaria ed è soggetta, per quanto riguarda i proventi della locazione, alla disciplina nazionale della tassazione sui redditi (…). Nel caso di specie, pertanto, non è possibile applicare la normativa in materia di servizi alle società dell’informazione, con riferimento alle prestazioni di servizio di locazione di imm obili che deveono essere tenute distinte”

2. Diverso il caso francese portato davanti alla Corte di Giustizia. A fronte della causa avviata da parte del Parquet de Paris (procura di Parigi) nel 2017 quanto affermato da parte dell’avvocato generale della Corte di Giustizia UE Marciej Szpunar nelle proprie conclusioni sembra prediligere l’interpretazione di Airbnb Ireland. La questione era stata sollevata sulla base del contenzioso fra l’Association pour un hébergement et un tourisme professionnel (AHTOP) e Airbnb Ireland e ipotizzava una supposta violazione della normativa francese (“legge Hoguet”) in materia di attività di agente immobiliare. Airbnb Ireland negava di agire in qualità di agente immobiliare contestando quindi l’applicabilità alla propria posizione della “legge Hoguet” per incompatibilità con la direttiva relativa ai servizi delle società dell’informazione. Le conclusioni dell’avvocato generale Maciej Szpunar si soffermano proprio sulla possibilità di qualificare il servizio fornito da parte di Airbnb Ireland quale “servizio della società dell’informazione ai sensi della Direttiva 2000/31/CE”, sottolineando che “un servizio consistente nell’intermediazione, tramite una piattaforma elettronica, tra potenziali locatari e locatori che offrano prestazioni di alloggio di breve durata, in una situazione in cui il prestatore di detto servizio non eserciti un controllo sulle modalità essenziali di tali prestazioni, costituisce un servizio della società dell’informazione ai sensi di dette disposizioni. Il fatto che detto prestatore proponga parimenti altri servizi a contenuto materiale non osta alla qualificazione del servizio fornito elettronicamente come servizio della società dell’informazione, a condizione che quest’ultimo servizio non rappresenti un tutto inscindibile con i servizi medesimi”; di conseguenza, secondo quanto affermato dall’Avvocatura generale, “uno Stato membro, diverso da quello sul cui territorio un prestatore di servizi della società dell’informazione sia stabilito, non può, per motivi ricompresi nell’ambito regolamentato, restringere la libera circolazione dei servizi medesimi invocando, nei confronti di un prestatore di  servizi della società dell’informazione, d’ufficio e senza che sia necessario un esame delle condizioni sostanziali, prescrizioni come quelle relative all’esercizio della professione di agente immobiliare, fissate dalla legge Hoguet”.

Le conclusioni dell’avvocato generale Maciej Szpunar sono state comunicate alla Corte di Giustizia e sembrano favorire la posizione di Airbnb Ireland che potrebbe attendere in tale sede una pronuncia favorevole.