Ritenuta del 21%: un nulla di fatto dall’Europa

Lo scorso 30 giugno la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dichiarato la domanda di pronuncia pregiudiziale presentata dal nostro Consiglio di Stato sulla questione Aribnb Ireland vs Agenzia delle entrate (trattata da HLL in numerosi precedenti post) manifestamente irricevibile, in applicazione dell’articolo 53, paragrafo 2 del suo regolamento di procedura.

Resta ancora in sospeso quindi, il procedimento iniziato l’ormai lontano 12 luglio 2017, quando l’Agenzia delle Entrate aveva applicato nei confronti di Airbnb Ireland il regime fiscale per le locazioni brevi introdotto dall’art. 4 co. 4, 5 e 5bis del D-L n. 50/2017 (come convertito dalla L. n. 96/2017). Le norme prevedono a carico dei portali di intermediazione “obblighi informativi (trasmissione all’Agenzia delle Entrate dei dati relativi ai contratti conclusi tramite il portale telematico)”, imponendo “ai medesimi gestori di portali telematici che intervengano nel pagamento del corrispettivo di contratti di locazione breve, l’obbligo di operare quale sostituto d’imposta, ovvero responsabile d’imposta”, ed in particolare, di eseguire una ritenuta del 21% sull’ammontare dei canoni e corrispettivi all’atto dell’accredito e di occuparsi del relativo versamento alle casse dello Stato.

Il caso in esame si affianca alla nota vicenda francese che ha coinvolto anch’essa Airbnb Irland, a conclusione della quale la stessa Corte di Giustizia ha stabilito il principio secondo cui la piattaforma di Airbnb offre “servizi della società dell’informazione” e come tale, la sua attività non possa essere resa più gravosa da discipline interne agli Stati membri senza previa notifica alla Commissione. Sulla stessa scia, nel caso italiano, Airbnb ha sostenuto che gli obblighi informativi e fiscali previsti dalla normativa nazionale italiana violino il principio europeo della libera prestazione dei servizi. Superate alcune peripezie processuali, infine, tale contestazione era stata demandata dal Consiglio di Stato davanti alla Corte di Giustizia.

Con ordinanza dell’11 luglio 2019, infatti, il Consiglio di Stato aveva sospeso il procedimento e sottoposto alla Corte europea le seguenti questioni:

“1) Se le disposizioni ed i principi del diritto [dell’Unione europea], fra cui gli articoli 4, 5 [e seguenti] della direttiva [2015/1535], l’art[icolo] 8 della direttiva [98/34] e l’art[icolo] 56 TFUE ostino ad una normativa nazionale che, senza previa notifica alla Commissione europea, imponga al gestore di un portale telematico di intermediazione immobiliare “regole tecniche per la prestazione di un servizio della società dell’informazione” consistenti in obblighi informativi (trasmissione all’Agenzia delle Entrate dei dati relativi ai contratti conclusi tramite il portale telematico) e fiscali (effettuazione della ritenuta sui pagamenti operati in relazione ai contratti conclusi tramite il portale telematico e successivo versamento all’Erario). 

2)  Se le disposizioni e i principi del diritto [dell’Unione europea]… ostino ad una normativa nazionale che:

–        introduce, con riferimento ai gestori di un portale telematico per la ricerca di immobili da locare, obblighi di raccolta e trasmissione di dati relativi ai contratti;

–        introduce, con riferimento ai medesimi gestori di portali telematici che intervengano nel pagamento del corrispettivo di contratti di locazione breve, l’obbligo di operare quale sostituto di imposta, ovvero di responsabile di imposta;

–        introduce, con riferimento ai gestori di portali telematici non residenti e riconosciuti privi di stabile organizzazione in Italia, l’obbligo di nominare un rappresentante fiscale;

–        introduce, anche con riguardo a soggetti non residenti e privi di stabile organizzazione in Italia, l’obbligo di operare quali responsabili d’imposta in relazione all’imposta di soggiorno;

3) Se i principi fondamentali del diritto [dell’Unione europea] ostino, in termini generali, ad una disciplina nazionale che, di fatto, riversi su un’impresa le inefficienze dello Stato nell’accertamento e riscossione delle imposte”.

Ricordiamo che il rigetto da parte della Corte di Giustizia di una domanda presentata da un giudice nazionale è possibile soltanto qualora risulti in modo manifesto che l’interpretazione del diritto dell’Unione richiesta non abbia alcun rapporto con la realtà effettiva o con l’oggetto della causa principale, qualora il problema sia di natura ipotetica oppure, ancora, qualora la Corte non disponga degli elementi di fatto e di diritto necessari per fornire una soluzione utile alle questioni che le sono sottoposte (ordinanza del 16 gennaio 2020, Telecom Italia e a., C 368/19, non pubblicata, EU:C:2020:21, punto 36 e giurisprudenza ivi citata).

La Corte di Giustizia ha ritenuto che i quesiti, così come prospettati dal Giudice italiano, non contenessero “l’illustrazione dei motivi che hanno indotto il giudice del rinvio a interrogarsi sull’interpretazione o sulla validità di determinate disposizioni del diritto dell’Unione, nonché il collegamento che esso stabilisce tra dette disposizioni e la normativa nazionale applicabile alla causa principale

Secondo la Corte di Giustizia il Giudice del rinvio non ha illustrato con sufficiente precisione gli elementi di fatto rilevanti, non permettendo di comprendere l’intera normativa nazionale che può trovare applicazione nel procedimento principale, né il suo contenuto esatto. La Corte ha contestato inoltre che non fosse chiaro il collegamento che il Giudice del rinvio ha stabilito tra la normativa europea citata e la normativa nazionale applicabile al procedimento principale. Ha infine ritenuto che la terza questione prospettata dal Giudice italiano non specificasse le disposizioni o i principi di diritto dell’Unione che osterebbero alla normativa nazionale in questione, essendosi limitata ad interrogare i giudici europei sulla conformità ai principi fondamentali del diritto dell’Unione in generale.

Occorre dunque aspettare ancora per conoscere il destino degli adempimenti imposti nel caso agli intermediari dalla nostra normativa fiscale. Si ricorda infatti, ed è stato ribadito dalla stessa Corte di Giustizia, che il giudice del rinvio potrà in qualunque momento presentare una nuova domanda di pronuncia pregiudiziale contenente le indicazioni che consentano alla Corte di fornire una risposta utile alla questione sollevata. Si resta dunque in attesa.

Riprenderemo la vicenda e gli altri approfondimenti sulla Hospitality a settembre, dopo la pausa estiva. Con questa occasione tutti i nostri professionisti augurano quindi a tutti buone vacanze!

Il reato di EPIDEMIA da COVID-19: che impatto sulla Hospitality?

Rimasto praticamente inapplicato dalla sua introduzione, il delitto di epidemia, nella sua declinazione colposa, ritorna in auge nelle chiacchere sui social con il diffondersi delle preoccupazioni relative alle misure di prevenzione del contagio COVID-19. Ma non solo. E’ anche sui tavoli della Procura di Milano, che ha aperto un’inchiesta per epidemia colposa contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità  -organismo che ha guidato le decisioni delle istituzioni nazionali e locali sulla gestione della pandemia negli ultimi mesi- sulla base di un esposto presentato da Codacons, in cui si chiedeva alla Procura di accertare “il ruolo dell’Oms nella diffusione del virus in Italia e se vi siano stati errori, ritardi o informazioni sbagliate tali da aver alimentato l’emergenza sanitaria in Italia.”

A prescindere dal contesto in cui è menzionato, la più o meno probabile configurazione di questo reato è un argomento che preoccupa in molti, anche nel settore della ospitalità, in cui numerosi sono gli adempimenti imposti dalle norme nazionali e regionali e altrettanti i rischi percepiti. È bene allora fare un po’ di chiarezza.

Se sul piano lessicale, l’etimo della parola (dal greco epi-demos, letteralmente “sul popolo”, e cioè “esteso sul popolo”) porta a definire il vocabolo “epidemia” come “malattia contagiosa che colpisce contemporaneamente gli abitanti di una città o di una regione”, sul piano giuridica natura e portata di questa fattispecie delittuosa vengono perimetrate in modo ben definito e non sempre conforme a quella che è la percezione comune del fenomeno.

Il reato di epidemia è previsto dall’art. 428 c.p., che recita: “Chiunque cagiona un’epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l’ergastolo”. La fattispecie è configurabile anche nella forma colposa, in virtù del rinvio effettuato dall’art. 452 co.1 n.2 c.p.

Gli elementi costitutivi del delitto sono stati tratteggiati diverse volte dalla giurisprudenza, per lo più per escluderne la sussistenza. Sul punto, la Cass. Civ. Sez. Un., Sent. n. 576 dell’11 gennaio 2008 ne ha individuato le caratteristiche: “diffusività (dei germi patogeni) incontrollabile all’interno di un numero rilevante di soggetti […], l’assenza di un fattore umano imputabile per il trasferimento da soggetto a soggetto […], il carattere contagioso e diffuso del morbo e la durata cronologicamente limitata del fenomeno (poiché altrimenti si verserebbe in endemia).

E ha definito il delitto come: la “volontaria diffusione di germi patogeni, sia pure per negligenza, imprudenza o imperizia, con conseguente incontrollabilità dell’eventuale patologia in un dato territorio e su un numero indeterminabile di soggetti”.

La stessa descrizione del fenomeno epidemico è stata accolta dalla Cass. Pen. Sez. I., che con Sent. n. 48014 del 26 novembre 2019, che l’ha definito (anche questa volta escludendolo) “come una malattia contagiosa con spiccata tendenza a diffondersi sì da interessare, nel medesimo tempo e nello stesso luogo, un numero rilevante di persone, una moltitudine di soggetti, recando con sé, in ragione della capacità di ulteriore espansione e agevole propagazione del contagio, un pericolo di infezione per una porzione ancora più vasta di popolazione”.

Se fino ad ora la sussistenza di questa tipologia di reato è stata per lo più esclusa per l’inidoneità dell’evento provocato di tale capacità di propagazione, è invece vero che le caratteristiche dell’evento epidemia così come descritte dalla giurisprudenza, ben sarebbero compatibili, anche stando alle indicazioni proprio dell’OMS, con le modalità di diffusione ed azione del morbo COVID-19.

Attenzione però, non qualsiasi violazione dei numerosi adempimenti, per lo più di natura amministrativa, individuati a livello nazionale o regionale cui i cittadini e operatori economici devono adeguarsi può comportare la realizzazione del reato in questione.

La teoria del reato richiede, per la sua configurazione, oltre ad una condotta colpevole, e quindi una condotta dell’agente caratterizzata dall’inosservanza di regole cautelari (negligenza, imprudenza o imperizia) e il verificarsi dell’evento-epidemia così come specificato dalla giurisprudenza, che sia provata l’esistenza di un nesso causale tra l’evento e la condotta colpevole dell’agente. Ovvero, che “l‘evento sia ricollegabile all’omissione […] nel senso che esso non si sarebbe verificato se […] l’agente avesse posto in essere la condotta doverosa impostagli, con esclusione di fattori alternativi. […]” (Cass. Civ. n. 576/2008)

Pertanto, è bene porre attenzione al corretto significato, funzione e portata di questa fattispecie delittuosa, spesso malamente evocata. Il reato di epidemia colposa non sussiste in caso di violazione di norme di condotta, anche se imposte al precipuo scopo di arginare il fenomeno epidemico: per esempio, le prescrizioni e linee guida imposte ai turisti, da una parte, e agli operatori della Hospitality – albergatori, gestori di strutture ricettive, Property manager o locatori – dall’altra. Rimane infatti la (quasi assoluta) impossibilità di individuare e accertare un idoneo nesso di causalità tra l’evento epidemico e la condotta dell’agente (turista, operatore o ente od organismo pubblico) . Una “idoneità” che sarà di volta in volta valutata dalla magistratura alla luce dei complessi principi elaborati dalla giurisprudenza in materia di nesso causale, che rendono questa connessione davvero difficile da configurare e tantomeno provare.

https://www.personaedanno.it/articolo/epidemia-colposa-sussiste-in-caso-di-inosservanza-delle-norme-di-contenimento-covid

Come gestire il turista con sintomi COVID

Quella che sembrava solo un’ipotesi temuta dagli operatori più scrupolosi è già divenuta una realtà: di qualche giorno fa la notizia del turista milanese in villeggiatura ad Ostuni risultato positivo al COVID 19. L’uomo, secondo quanto riportato nelle testate locali, non manifestava nessun sintomo tipico del virus ed era andato in Pronto Soccorso per altre ragioni: sottoposto al tampone secondo procedure d’accesso all’ospedale, è risultato positivo. Il dipartimento Prevenzione della Asl della Provincia di Brindisi ha attivato tutte le procedure per individuare i contatti stretti, compresi quelli che hanno avuto rapporti durante il soggiorno, che saranno sottoposti a tamponi e messi in isolamento.

L’argomento dell’incertezza delle regole e delle conseguenze per i gestori di alberghi, case vacanza e locatori è stato trattato dal Sole 24 Ore con il contributo di uno dei nostri professionisti, l’avvocato Donatella Marino.

Nel caso di Ostuni il problema è contenuto: il turista rimarrà per il periodo di isolamento domiciliare nell’alloggio di sua proprietà. Ma cosa sarebbe successo nel caso in cui l’alloggio fosse stato un appartamento locato oppure un albergo o altra struttura ricettiva? Se il soggetto non ha necessità di cure specifiche, e quindi non viene ospedalizzato, dove trascorre l’isolamento domiciliare eventualmente prescritto? Che ne è dei suoi accompagnatori? E degli altri ospiti della struttura ricettiva? Come vengono gestiti i nuovi ospiti dell’eventuale appartamento locato che al loro arrivo trovassero l’alloggio occupato dai precedenti turisti Covid compatibili in isolamento?

Per gli appartamenti locati con la formula dei c.d. “affitti brevi” la preoccupazione principale è proprio questa: il turista Covid positivo o compatibile costretto a rimanere in alloggio oltre i termini concordati. Chi dovrà pagare la permanenza ulteriore? Come trattare i problemi che sorgono in relazione alle altre prenotazioni? Situazione critica soprattutto se la questione non è stata preventivamente gestita con adeguate pattuizioni tra le parti.

Per le strutture ricettive il pericolo principale è l’esposizione (o semplicemente la percezione da parte degli ospiti) ai rischi di contagio in caso venga imposto l’isolamento (non adeguatamente attrezzato) all’interno della struttura.

Mancano ancora indicazioni unitarie e specifiche sul punto da parte dello Stato. Varie le soluzioni locali, invece.

In relazione all’episodio pugliese è circolata la notizia che la Regione, per questi casi, abbia predisposto “alberghi Covid”, uno per provincia, dove verranno trasferiti i turisti che dovessero risultare positivi al Coronavirus e che saranno seguiti dal SISP (Servizio Igiene e sanità pubblica dell’ASL).

Individuare, a livello istituzionale, strutture adeguate a garantire idonee modalità di isolamento domiciliare e/o fiduciario a soggetti, come i turisti, generalmente privi di un “domicilio stabile” nelle vicinanze, potrebbe essere una soluzione volta ad evitare molti dei problemi prospettati, venendo incontro anche alle situazioni imprevedibili che le sole norme sulle informative di responsabilizzazione individuale del turista potrebbero non colmare (si ricordi che il turista in questione non manifestava alcun sintomo).

Intanto, nei casi in cui nulla è previsto, l’unica tutela disponibile per l’albergatore/gestore o locatore rimane quella preventiva di stabilire obblighi e responsabilità delle parti prima di concludere la prenotazione. Quindi, certamente, insistere sulle misure di responsabilizzazione individuale, ma anche disciplinare preventivamente la gestione di circostanze simili informando adeguatamente il turista che confermerà la prenotazione consapevole della disciplina dell’eventuale sfortunata situazione. Questo al fine di contenere le conseguenze negative dello sciagurato evento che, diversamente, saranno gestite ex post sulla base dei principi generali dell’ordinamento, con esiti incerti – ma certamente gravosi per tutti – degli eventuali contenziosi.

In ogni caso, sarebbe bene che tutte le Regioni disciplinassero delle soluzioni per la gestione di eventuali contagi in alloggi turistici (come alcune già hanno fatto: si vedano i Protocolli della Regione Campania riportati nei precedenti post o quelli dell’Emilia Romagna citati anche nell’articolo del Sole 24 Ore), al fine di non lasciare gli operatori del settore nella scomoda posizione di affrontare da soli le conseguenze (non solo economiche) di un problema che invece coinvolge tutta la collettività.

Turisti extra Schengen, aperti i confini ma permangono le restrizioni

Dopo quasi 4 mesi di chiusura dei confini l’Unione Europea si avvia verso la normalità agognata. Si allentano quindi le restrizioni anche per i viaggi “non essenziali” da e per alcuni “Paesi Terzi”. Con la Raccomandazione n. 9208 del 30 giugno 2020, il Consiglio dell’Unione Europea ha indicato una serie di Paesi Terzi, i cui cittadini potranno liberamente entrare nell’area Schengen.

In Italia, il Ministro della Salute con Ordinanza dello scorso 30 giugno ha così deciso di mantenere la quarantena obbligatoria (prevista dal DPCM 11 giugno 2020) per i viaggiatori provenienti dai Paesi extra Schengen ai quali “si applica l’obbligo di sorveglianza sanitaria e isolamento fiduciario”: se da un lato, quindi, si amplia il numero dei possibili viaggiatori che potranno godersi le vacanze nel nostro Paese, dall’altro l’obbligo di sorveglianza sanitaria ed isolamento fiduciario alimenta dubbi.

Le restrizioni previste dagli artt. 4 e 5 del DPCM 11 giugno 2020 continuano quindi ad applicarsi ai viaggiatori provenienti dai Paesi extra Schengen (per lo meno fino al 14 luglio 2020). Per esempio, il turista è tenuto “a  consegnare al vettore all’atto dell’imbarco dichiarazione[…] recante l’indicazione”, tra i vari dati, dell’indirizzo completo “dell’abitazione o della dimora in Italia dove sarà svolto il periodo  di  sorveglianza  sanitaria  e  l’isolamento fiduciario [… ]e il  mezzo  di  trasporto  privato  che verrà utilizzato per raggiungere la stessa. “

Questi turisti, anche se asintomatici, sono tenuti a comunicare il loro ingresso “immediatamente al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente per  territorio”  sottoponendosi  “alla   sorveglianza sanitaria e all’isolamento fiduciario per un periodo  di  quattordici giorni presso  l’abitazione  o  la  dimora  preventivamente  indicata all’atto dell’imbarco”.

Di particolare interesse le previsioni dei punti 4 e 6 dell’art. 4 del DPCM:

“4. […] ove  dal  luogo  di  sbarco  del mezzo di trasporto di linea utilizzato […] non sia possibile […] raggiungere  effettivamente mediante  mezzo  di  trasporto  privato  l’abitazione  o  la  dimora, indicata alla partenza come luogo di  effettuazione  del  periodo  di sorveglianza sanitaria e di  isolamento  fiduciario[…] l’Autorità sanitaria competente per territorio informa immediatamente la Protezione Civile Regionale che […] determina  le modalità e il  luogo  dove  svolgere  la  sorveglianza  sanitaria  e l’isolamento fiduciario, con spese a carico esclusivo  delle  persone sottoposte alla predetta misura”.

Inoltre, al punto 6: “ove  non  sia   possibile raggiungere  l’abitazione  o  la  dimora […] le   persone   fisiche   sono   tenute   a   comunicarlo all’Autorità  sanitaria che […]  in  coordinamento con il Dipartimento della  Protezione  civile  della  Presidenza  del Consiglio dei ministri,  determina  le  modalità  e  il  luogo  dove svolgere la sorveglianza sanitaria  e  l’isolamento  fiduciario,  con spese a carico  esclusivo  delle  persone  sottoposte  alla  predetta misura.

Ecco dunque un nuovo problema per albergatori, gestori di altre strutture o di appartamenti: devono accertare che l’ospite provenga da un Paese per i quali l’ingresso in Italia è consentito senza restrizioni? E, nel caso negativo, verificare che abbia effettuato il periodo di isolamento previsto dalla normativa? Allo stato, gli obblighi previsti sono prevalentemente posti a carico del viaggiatore: in capo al gestore, solo gli obblighi di cui all’art. 109 del TULPS in materia di comunicazioni alla Questura che potranno avere un indiretto effetto di comunicazione alle Autorità sanitarie o altrimenti competenti.

Ancora, come deve comportarsi un albergatore/gestore che riceve la richiesta da parte di un cittadino extra Schengen di trascorrere il periodo di isolamento fiduciario nell’alloggio? Deve comunicarlo agli altri eventuali ospiti?  Gli obblighi di correttezza e buona fede nell’esecuzione dei contratti suggerirebbero di sì, ma in questo modo rischierebbe di allarmare gli ospiti ed esporre a ulteriori e diversi i rischi la propria struttura.

In conclusione, per questi cittadini extra Schengen il trattamento da parte delle Autorità nazionali sembra essere più definito. Ma è legittimo interrogarsi sulla possibilità di estendere, in via analogica, l’applicabilità di queste disposizioni anche ad altro turista (cittadino UE o italiano non residente) per il quale sia disposto l’isolamento fiduciario da parte dell’autorità sanitaria: e questo, per esempio, nell’inciso in cui si prevede che siano ad esclusivo carico del viaggiatore le spese sostenute per adempiere all’ordine dell’autorità. Non si vede infatti perché il trattamento debba essere differenziato, posto che i rischi e le conseguenze in capo all’albergatore/gestore sono gli stessi.

Gestione di un ospite con sintomi COVID: l’esempio della Campania

Albergatori e operatori della Hospitality affrontano questa complessa stagione turistica predisponendo misure di prevenzione e individuando protocolli per la gestione di un eventuale ospite con sintomi COVID-19. Oltre alle linee guida dell’OMS, della Commissione Europea e della Conferenza delle Regioni e P.a., di grande aiuto sono i protocolli predisposti da alcune Regioni. L’Art. 2 del DPCM 11 GIUGNO 2020 prevede infatti che “le attività delle strutture ricettive sono esercitate a condizione che sia assicurato il mantenimento del distanziamento sociale, garantendo comunque la distanza interpersonale di sicurezza di un metro negli spazi comuni, nel rispetto dei protocolli e delle linee guida adottati dalle regioni o dalla Conferenza delle regioni e delle province autonome, idonei a prevenire o ridurre il rischio di contagio”

Su questa linea le Regioni hanno disciplinato, con un discreto livello di uniformità, sia le modalità di accesso, di ricevimento, di assistenza ospiti, di utilizzo degli spazi comuni sia le misure igienico sanitarie per camere e ambienti comuni oltreché le modalità di informazione agli ospiti sulle misure di sicurezza e di prevenzione.

Sembra invece essere raramente stato considerato il ruolo, i compiti e la responsabilità del gestore nel caso venga a conoscenza della presenza (o dell’imminente ingresso) di un soggetto (anche solo potenzialmente) Covid positivo nella struttura.

Tra gli interventi regionali più completi, la Regione Campania al punto 5 dell’Ordinanza n. 54 del 02/06/2020 dava mandato all’Unità di Crisi regionale di predisporreun protocollo operativo per la omogenea ed efficace gestione logistica dei casi positivi, dei casi sospetti e dei cd. contatti stretti rilevati sul territorio regionale e relativi a soggetti non aventi residenza o domicilio sul territorio regionale”.

L’interessante proposta campana si trova ora nell’allegato 1 dell’Ordinanza n.56 del 12/06/2020. Al centro del ruolo del gestore è l’adozione da parte dei titolari degli esercizi di tutti i possibili strumenti di informazione e comunicazione al turista sulle regole di accesso e comportamento.

In particolare, spiega la norma, “le informazioni riguardano:

• l’obbligo di rimanere al proprio domicilio in presenza di febbre (oltre 37,5°) o altri sintomi influenzali e in quel caso di chiamare il proprio MMG o PLS;

• l’obbligo di rimanere al proprio domicilio se si è stati a contatto con persone positive al virus nei 14 giorni precedenti;

• la consapevolezza e l’accettazione del fatto di non poter permanere e di doverlo dichiarare tempestivamente laddove, anche successivamente all’ingresso, sussistano le condizioni di pericolo (sintomi di influenza, insorgenza di febbre, ecc.);

• la consapevolezza e l’accettazione del fatto di non poter permanere qualora si stia soggiornando (usufruendo della stessa stanza) con un soggetto che si trovi in condizioni di sospetto COVID-19;

• l’impegno di rispettare tutte le disposizioni igieniche e quelle relative alle misure di distanziamento e di corretto comportamento.”

Altri adempimenti sono previsti a carico del medico di riferimento e delle autorità amministrativo-sanitarie. Unico aspetto dubbio il punto 4. dell’allegato, secondo cui gli eventuali ospiti “accompagnatori del cliente riconosciuto come COVID-19 positivo (casi sospetti e/o contatti stretti) per i quali sia disposto l’isolamento fiduciario domiciliare dovranno lasciare la struttura per rientrare alla propria residenza; nelle more dell’organizzazione del rientro, gli stessi permangono in isolamento usufruendo della stessa stanza”. Si ritiene che, anche in questo caso, l’obbligo dell’albergatore non potrà che essere quello di informare il turista di questa disposizione: diversamente, il cliente non potrà certo essere trattenuto all’interno di una stanza contro la sua volontà.

Indispensabile, sul piano civilistico, che l’informativa e l’assunzione degli obblighi posti a carico del turista vengano individuati già in sede negoziale: nel contratto di locazione o di alloggio o nelle condizioni generali della struttura. Tutto l’impianto di misure di prevenzione del contagio infatti, si basa sulla responsabilizzazione individuale nell’adozione dei comportamenti rispettosi. Ma per essere imposti al cliente da un soggetto privato occorre una norma giuridica coattiva specifica oppure una disposizione contrattuale ben concordata e accettata dalle parti. Per questa ragione, ma anche per prevenire nella pratica situazioni di fatto spiacevoli, solo un consenso informato può essere utile a comprendere le norme e a prendere decisioni consapevoli.

TAX CREDIT VACANZE, chi sono i beneficiari

il 17 giugno 2020, l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato le “Modalità di applicazione delle disposizioni in materia di tax credit vacanze di cui all’articolo 176 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34”.

Questo in vista dell’imminente avvio dell’accesso all’agevolazione, il prossimo 1° luglio 2020.

L’AdE ripropone concetti e termini della normativa statale: il bonus (per un valore massimo di 500 euro) è utilizzabile per il pagamento dei servizi offerti, in ambito nazionale, “dalle imprese turistico ricettive, dagli agriturismi e dai bed&breakfast in possesso dei titoli previsti dalla normativa nazionale e regionale per l’esercizio dell’attività turistico ricettiva” – che l’AdE definisce al punto 3.1  “fornitori”- alle condizioni previste dall’articolo 176 del Decreto Rilancio (per la cui analisi si rimanda ai nostri precedenti post).

La figura del fornitore di alloggi e servizi turistici non è però perimetrata: è pertanto necessario uno sforzo interpretativo per individuare i soggetti effettivamente destinatari di questa norma. Un’operazione ermeneutica peraltro piuttosto semplice, questa volta: l’elenco non è esaustivo bensì necessariamente di natura esemplificativa. Il riferimento del Legislatore nazionale a una terminologia identificativa di strutture ricettive che è invece demandata alle Regioni è necessariamente generico e approssimativo: utile solo a identificare in astratto le categorie cui il Legislatore nazionale desidera rivolgersi. Le Regioni infatti, in linea con il dettato costituzionale, hanno definito in modo estremamente eterogeneo e affatto uniforme le diverse soluzioni ricettive. Hanno adottato concetti di impresa turistico-ricettiva diversi le une dalle altre e sempre sganciati dal concetto di impresa definito dal Legislatore nazionale. Spesso includono, tra le strutture ricettive – quantomeno per l’applicazione di alcune disposizioni – anche gli “appartamenti arredati a uso turistico” o altre denominazioni simili, volti a indicare che tra le strutture ricettive vanno inclusi, per alcuni adempimenti, anche gli appartamenti privati locati tramite le formule dei c.d. “affitti brevi” inferiori a 30 giorni. Non solo: i soggetti che pongono in essere locazioni turistiche o brevi sono oggi destinatari di una serie di adempimenti anche a livello nazionale.Tra gli ultimi, quelli indicati dalla recente legislazione di emergenza in materia di Linee guida per l’apertura delle attività produttive (vedi Linee Guida della Conferenza delle Regioni e Province autonome, Allegato 9 del DPCM 11 giugno 2020) che includono le “locazioni brevi”, tra i destinatari, insieme alle strutture ricettive, delle indicazioni di adempimenti in materia di prevenzione del contagio Covid-19.

Permangono anche alcune ulteriori perplessità per la macchinosità di fruizione del bonus previsto normativamente.

Al momento è quindi di fatto impossibile cogliere i contorni delle misure adottate: se si aderisse a una interpretazione restrittiva fondata su concetti approssimativi, verrebbero poste in essere gravi discriminazioni tra soluzioni diversamente denominate in base alla collocazione geografica. È auspicabile dunque un ulteriore intervento chiarificatore dell’AdE in tal senso, ma con urgenza, considerati i tempi ormai davvero stretti.

IMU e strutture ricettive: l’esenzione prevista dal Decreto Rilancio

Il Governo è intervenuto a favore del settore della Hospitality in grave crisi prevedendo che, in considerazione degli effetti connessi all’emergenza sanitaria da COVID 19 per l’anno 2020 non è dovuta la prima rata IMU – in scadenza domani – relativa a: “[]immobili adibiti a stabilimenti balneari marittimi […]e immobili degli agriturismo, dei villaggi turistici, degli ostelli della gioventù, degli affittacamere per brevi soggiorni, delle case e appartamenti per vacanze, dei bed & breakfast, dei residence e dei campeggi, a condizione che i relativi proprietari siano anche gestori delle attività” (Art. 177 del D-L n. 34/2020 c.d. Decreto Rilancio).

In assenza di chiarimenti della Agenzia delle Entrate, sono gli interpreti del diritto a fornire le prime interpretazioni. Tra questi, gli Avv. Francesco Del Buono, l’Avv. Donatella Marino e gli altri professionisti di Hospitality Law Lab che ringraziamo per questo contributo d’urgenza gentilmente reso a causa delle numerosissime richieste, in cui si sintetizzano alcune chiavi di lettura. Condizione determinante per il riconoscimento dell’esenzione è la proprietà dell’immobile in capo allo stesso soggetto che gestisce le attività ricettive elencate: scelta logica del Legislatore, posto che l’IMU è una imposta legata alla proprietà dell’immobile, ed è il proprietario il soggetto passivo di questa imposta. Scopo della norma sembra essere quello di alleggerire quei proprietari che hanno devoluto l’immobile al segmento turistico, devastato dagli effetti della crisi da Covid-19. Si aprono dunque alcuni temi interpretativi. Innanzitutto, nel menzionare le tradizionali categorie dell’extra-alberghiero non viene chiarita la posizione di quei proprietari che hanno destinato il loro appartamento all’ospitalità turistica attraverso i c.d. “affittibrevi”. L’interpretazione ad oggi più ragionevole porta a ritenere che se i proprietari di tali immobili sono tenuti agli stessi adempimenti delle strutture ricettive quando si tratta di normative regionali, di Comunicazioni alla Questura dei soggetti Alloggiati e dell’imposta di soggiorno, dovranno esserlo anche in termini di benefici. Né sembra potersi obiettare che tali proprietari di immobile non svolgono attività d’impresa o comunque gestoria: il beneficio dell’esenzione è rivolto ai proprietari in virtù della destinazione (in uno dei comma precedenti il Legislatore usa il termine “adibito”) al settore turistico e non hanno potuto beneficiare delle consuete entrate durante il lockdown (e non solo), a nulla rilevando, in questo contesto, l’effettivo esercizio di un’attività imprenditoriale o lavorativa. Altro tema si pone per i soggetti che gestiscono per conto dei proprietari le suddette attività (i c.d. Property Managers): in questo caso andrà verificata sia la titolarità dell’attività ricettiva, sia il rapporto intercorrente tra proprietario e il Property Managers. In pratica, se il proprietario è intestatario dell’attività, e si fa coadiuvare dal Property Manager solo per lo svolgimento di alcuni aspetti più operativi, potrebbe avere diritto all’esenzione. Al contrario, se il Property Manager, quale gestore, si assume il rischio d’impresa e risulta essere intestatario dell’attività, il proprietario non può beneficiare dell’agevolazione, in assenza di identità tra proprietario e gestore. Tutte le situazioni intermedie vanno valutate caso per caso. Determinante è il contenuto del rapporto che lega il proprietario al Property Manager, spesso un mandato, da valutare non solo per singole disposizioni ma anche nell’interezza del suo contenuto.

Un ultimo tema riguarda la portata della agevolazione: si tratta di una mera dilazione del pagamento o di una vera e propria riduzione dell’imposta per il 2020? L’interpretazione preferibile porta a ritenere che il contribuente non debba versare l’importo relativo all’acconto dell’imposta, quest’ultima risultando determinata, per differenza, dal solo saldo, che sarà da versare con scadenza 16 dicembre 2020. Ma l’incertezza è rilevante e sarà dirimente sul punto un provvedimento chiarificatore da parte dell’Agenzia delle Entrate.

DALL’ADE CHIARIMENTI SU CREDITO D’IMPOSTA PER L’HOSPITALITY

Con la Circolare n. 14/E del 6 giugno 2020 l’Agenzia delle Entrate ha fornito le istruzioni operative sull’utilizzo del credito d’imposta per i canoni di locazione o affitto degli immobili a uso non abitativo, previsto dall’art. 28 del Decreto Rilancio (D-L 34/2020).

Sono ammessi al beneficio, tra gli altri, le strutture alberghiere e agrituristiche, prescindendo dal volume di ricavi e compensi registrato nel periodo d’imposta precedente” e indipendentemente dalla destinazione catastale dell’immobile locato.

La finalità dell’articolo 28, spiega la Circolare “è quella di contenere gli effetti economici negativi derivanti dalle misure di prevenzione e contenimento connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19 che hanno determinato una riduzione dei ricavi o dei compensi delle attività economiche a fronte dell’incidenza dei costi fissi quali, ad esempio, il canone di locazione, di leasing o di concessione di immobili delle piccole attività economiche”: tra queste, tutte le attività alberghiere e delle altre strutture ricettive, tra cui affittacamere, CAV e B&B, e dei Property Manager che operano in questi ambiti con le formule del c.d. “rent to rent” o “vuoto per pieno”.

Per poterne usufruire il canone deve essere corrisposto al proprietario.

Il credito d’imposta è stabilito in misura percentuale (60 per cento) in relazione ai canoni per locazione degli immobili ad uso non abitativo.

Ambito soggettivo

Sono ammessi al beneficio, tra gli altri, le strutture alberghiere e agrituristiche, prescindendo dal volume di ricavi e compensi registrato nel periodo d’imposta precedente

Non sono invece inclusi tra i soggetti che possono fruire del credito, coloro che svolgono attività commerciali non esercitate abitualmente, producendo conseguentemente redditi diversi.

Quanto all’individuazione delle attività produttive, “occorre fare riferimento ai soggetti che – indipendentemente dalla natura giuridica o dal regime fiscale adottato –svolgono effettivamente le attività riconducibili alla sezione 55 di cui ai codici ATECO”, specifica la circolare.

La circolare individua quindi alcune voci a mero titolo esemplificativo. In particolare, richiama il codice 55.1 “Alberghi e strutture simili“e il codice 55.2 “Alloggi per vacanze e altre strutture per brevi soggiorni“, elencando tra gli altri:

55.20.10 Villaggi turistici

55.20.20 Ostelli della gioventù

55.20.51 Affittacamere per brevi soggiorni, case ed appartamenti per vacanze (CAV), bed and breakfast (B&B), residence, e in particolare

i. fornitura di alloggio di breve durata presso: chalet, villette e appartamenti o bungalow per vacanze

ii. cottage senza servizi di pulizia”

Gran merito alla circolare n. 14/E per aver fornito una indispensabile precisazione: “gli immobili oggetto di locazione, indipendentemente dalla categoria catastale, devono essere destinati allo svolgimento effettivo delle attività sopra indicate. Rientrano quindi tra i soggetti quelli con codice 55.20.50 “Affittacamere per brevi soggiorni, case e appartamenti per vacanze”.

Requisiti

Il bonus è applicabile ai soggetti che abbiano subito una diminuzione del fatturato o dei corrispettivi in ciascuno dei mesi di marzo, aprile e maggio di almeno il 50% rispetto allo stesso mese del periodo d’imposta precedente.

Il calo del fatturato o dei corrispettivi deve essere, dunque, accertato mese per mese. Quindi può verificarsi il caso, ad esempio, che spetti il credito d’imposta solo per uno dei mesi elencati.

Per le strutture turistico-ricettive con attività solo stagionale invece, sarà commisurato con riferimento all’importo versato per ciascuno dei mesi di aprile, maggio e giugno.

Considerata la finalità della norma di ridurre l’onere che grava in capo al locatario, è possibile fruire del credito attraverso la cessione dello stesso al locatore, fermo restando che in tal caso deve intervenire il pagamento della differenza tra il canone dovuto ed il credito di imposta (ad esempio il 40% del canone).

Occorre evidenziare che nel caso in cui le spese condominiali siano state pattuite come voce unitaria all’interno del canone di locazione e tale circostanza risulti dal contratto, è stato specificato che anche le spese condominiali possano concorrere alla determinazione dell’importo sul quale calcolare il credito d’imposta.

Il credito d’imposta è utilizzabile:

– in compensazione orizzontale (codice 6920);

oppure

– nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa;

– (in alternativa), come abbiamo visto, può essere ceduto: al locatore o al concedente, ad altri soggetti, compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione del credito (a breve sarà emesso il Provvedimento da parte della Agenzia delle Entrate per definire le modalità per perfezionare la cessione del credito).

Ringraziamo i nostri professionisti: il Dott. Alfredo Imparato e l’Avv. Donatella Marino per il contributo.

Caso Covid nell’albergo o in casa

Con le recenti e imminenti riaperture dei confini, le strutture ricettive e i locatori short e medium term si preparano ai i primi ingressi post crisi. Purtroppo però gli operatori della Hospitality, già travolti dai ridotti ricavi e affaticati dall’aumento dei costi per la messa in sicurezza dei locali, sono preoccupati per le nuove incertezze giuridiche: rischiano di rimanere invischiati in una pastosa (e costosa) “burocratizzazione” e di doversi confrontare con responsabilità pesanti se inciampano in qualche ipotesi di cliente sospetto, sintomatico o accertato Covid-19.

Molte domande. Cosa succede se una famiglia magari in arrivo dall’estero, si presenta in albergo con un figlio che, al rilievo della temperatura, risulta superiore ai 37,5°? Il gestore dovrà mandarli via (e dove, in tal caso)? Dovrà farli entrare e trattenerli in quarantena (e se non vogliono?) finché vengono tutti sottoposti a tampone (e ben conosciamo difficoltà e tempistiche)? E se risultano positivi? Come dovrebbe comportarsi intanto il gestore con gli altri clienti? Dovrà comunicarlo pubblicamente – ma sono dati sensibili – in modo da consentire a tutti gli ospiti di stare lontano dal sospetto o accertato Covid? Oppure dovrà dare la segnalazione in termini generici, invitando tutti di andarsene? Oppure, al contrario, a mettersi tutti in quarantena in struttura? O deve essere l’autorità amministrativa a costringere tutti gli ospiti in quarantena (laddove non sono previsti spostamenti in apposite aree attrezzate, come in Emilia Romagna)? E fino a quando? Con costi di vitto e alloggio a carico di chi? È corretto, utile o potenzialmente problematico richiedere le autocertificazioni? Come vanno gestite le eventuali segnalazioni risultanti dalle autocertificazioni? Domande, queste e molte altre, che si affollano sui tavoli di noi professionisti, in questi giorni.

Risposte complesse. Purtroppo, non esistono risposte univoche. Variano in funzione della specifica vicenda oltre che della Regione (e Comune) di riferimento. La questione inoltre va impostata diversamente per gli alberghi e per le strutture ricettive non imprenditoriali, come i B&B e le case vacanze di alcune Regioni. E in modo ancora diverso per gli appartamenti privati. Quello che il Legislatore non sta considerando è che non possono essere estese agli operatori alberghieri tout cour le disposizioni previste per gli altri esercizi commerciali: diverso è per un ristoratore respingere un soggetto con temperatura superiore ai 37,5° rispetto a un albergo che rifiuta il pernotto a una famiglia dopo un viaggio a causa di un bimbo con febbricola. Ancor più problematico è intervenire per queste ragioni su un inquilino che si appresta a godere dell’immobile locato con apposito contratto. Così come diverso è che risulti positivo al Covid un cliente che abbia pranzato in un ristorante da un cliente presente in albergo o da un inquilino nella casa da lui detenuta.

Strutture ricettive o locazioni in appartamenti privati. Ancora una volta, la distinzione tra strutture ricettive e appartamenti privati locati per periodi brevi viene gestita in modo sommario dal Legislatore. Al contrario, la divaricazione, in termini di responsabilità civili e penali, è particolarmente drastica. Questo perché il Legislatore, sia statale che regionale, ha proposto vari suggerimenti o veri e propri adempimenti a carico degli operatori ma ha lasciato per ora ingestite le conseguenze nel caso i rilievi portino a segnalazioni di casi Covid. Con una pericolosa esposizione alle diverse responsabilità, affidate ai principi generali (di cui parleremo nell’imminente Master).

Esistono dei protocolli operativi nel caso in cui una struttura rilevi un possibile contagio Covid? Le Regioni hanno emanato sia provvedimenti generici per gli spostamenti sul territorio sia, talvolta, indicazioni specifiche sulla gestione dei casi positivi nelle strutture ricettive. Tutte hanno recepito le Linee Guida emanate il 25 maggio 2020 dalla Conferenza delle Regioni e Province autonome.

Esistono protocolli nazionali in caso di sospetto contagio Covid in struttura ricettiva? L’ultimo DPCM, del 17 maggio 2020 (in vigore fino al 14 giungo 2020) si limita a stabilire, all’Art. 1: “Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19 [] a) i soggetti con infezione respiratoria caratterizzata da febbre (maggiore di 37,5° C) devono rimanere presso il proprio domicilio, contattando il proprio medico curante.” Ma difficilmente questa disposizione può interessare le strutture ricettive, posto che il domicilio di una persona, nel nostro ordinamento coincide con il “luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi” (Art. 43 c.c.).

Esistono dunque protocolli operativi a livello regionale? Molte Regioni hanno assunto posizioni interessanti. Per esempio, l’Abruzzo, nei Protocolli di sicurezza per l’esercizio delle strutture ricettive alberghiere ed extra alberghiere tenta una disciplina dello spinoso argomento della responsabilità del gestore stabilendo che:

“La corretta attuazione in tutte le sue fasi del Piano d’azione predisposto […] esonererà espressamente[…] i gestori […] da ogni responsabilità derivante dal verificarsi di eventuali casi positivi all’interno della struttura ricettiva”. Una corretta enfasi alla best practice di cui al nostro precedente articolo, ma un esonero che potrebbe non rilevare affatto ai fini delle conseguenze civili o penali, rette da principi e regole già presenti nel nostro ordinamento e di competenza esclusiva del Legislatore nazionale.

Anche l’Emilia Romagna ha proposto articolati protocolli specificando, per esempio, che “Eventuali ospiti accompagnatori del cliente riconosciuto come COVID positivo per i quali sia disposto l’isolamento fiduciario domiciliare dovranno lasciare la struttura per rientrare alla propria residenza”

Per adesso non c’è dunque soluzione univoca alle diverse domande: la valutazione della responsabilità civile in ogni vicenda è demandata all’equilibrato contemperamento dei principi di diritto privato, come interpretati dalla giurisprudenza in casi analoghi, con la normativa speciale predisposta per la gestione dell’attuale emergenza.

Il Master di specializzazione affronterà in modo più tecnico l’intero tema con particolare attenzione alla distinzione tra responsabilità del gestore di struttura ricettiva e del locatore, confidando che nel frattempo il Legislatore nazionale intervenga con apposite disposizioni che definiscano – attenuandoli – obblighi e responsabilità di gestori e locatori costretti a confrontarsi con clienti sospetti o accertati Covid.

Linee guida per una safe Hospitality: valore giuridico, sanzioni e conseguenze

Con una finalità lodevole e un infelice incipit (“Le presenti indicazioni si applicano alle strutture ricettive alberghiere, complementari – es. extra-alberghiere, locazioni brevi-, e alloggi in agriturismo”) il 25 maggio 2020 la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha pubblicato leLinee guida per la riapertura delle Attività Economiche e Produttive”, come previsto dall’Art. 1 del DPCM 17 maggio 2020. Le nuove linee guida si inseriscono nell’alveo delle Considerazioni operative per la gestione del COVID-19 nel settore Alberghiero“, pubblicate dall’OMS lo scorso 31 marzo e della Comunicazione della Commissione Europea sugli “Orientamenti dell’UE per il progressivo ripristino dei servizi turistici e la definizione di protocolli sanitari nelle strutture ricettive” del 13 maggio 2020.

Ma sono vincolanti queste indicazioni? Le Linee Guida, pur non essendo atti legislativi in senso stretto, hanno un loro valore giuridico persino quando non sono richiamati specificatamente da atti aventi rango legislativo (e non è questo il caso, peraltro): rappresentano la best practice di uno specifico settore. Costituiscono, così, al contempo, “fonte dell’obbligo di adeguamento e metro della diligenza richiesta a chi opera in un determinato settore” (così, per esempio, Tribunale d’Asti 22 ottobre 2010).

Cosa succede in caso di violazione delle prescrizioni? Al di là delle eventuali sanzioni amministrative specifiche, quando previste, per questo tipo di provvedimenti rilevano i principi generali in materia penale e civile. Per esempio, qualora fosse avanzata una richiesta risarcitoria da un cliente che, avendo contratto il virus Covid 19, decidesse di attribuirne la responsabilità alla struttura ricettiva, quest’ultima potrà cercare di sostenere l’adeguatezza della propria posizione (la propria diligenza) dimostrando di aver adottato tutte le misure previste dalle Linee Guida (parametro attuale della best practice del settore, a questi fini).

Finalità lodevole, dunque, quella delle Linee Guida: il mercato richiedeva indicazioni pratiche. Approssimativo però l’incipit, che mette in un unico calderone i destinatari del documento e pone norme a volte ineseguibili o che, se applicate, porterebbero a conseguenze deflagranti. Si consideri il riferimento alle “locazioni brevi”, categoria inesistente dal punto di vista civilistico e menzionate solo ai fini fiscali in alcune norme (tra cui il D-L 50/2017, che però le definiva tali solo se concluse tra persone fisiche per periodi non superiori ai trenta giorni e ai soli fini di quello stesso provvedimento).

Inoltre le responsabilità di un gestore di struttura ricettiva e di un locatore sono ontologicamente diverse. Si veda per esempio l’indicazione secondo cui “Potrà essere rilevata la temperatura corporea, impedendo l’accesso in caso di temperatura > 37,5 °C. Si tratta di un’apertura molto forte: il diritto di escludere l’ingresso a un turista che magari arriva con la famiglia da lontano (e dovrebbe dunque a quel punto andare?) o, ancor più, a un inquilino, può comportare conseguenze serie che non vengono però disciplinate dal Legislatore dell’emergenza. Ne deriva che tali conseguenze saranno governate dai principi generali del diritto privato.

Così come è affidata ai principi generali la disciplina di quanto accade in una struttura ricettiva in caso risultasse ospitato un paziente Covid. Si teme che molte strutture non riapriranno, proprio per il timore di venire travolte da simili eventi. Principi generali che verranno affrontati più adeguatamente nello specifico corso di Euroconference, di cui al link sottostante.Per esempio, diverso è trovare la temperatura corporea superiore ai 37,5° al turista al momento dell’accesso in struttura ricettiva, diverso è trovare febbricitante l’inquilino, a contratto di locazione già concluso (o magari un componente della famiglia) che sta prendendo in consegna il proprio appartamento, e provare a dirgli di non entrare: non pare compatibile con i principi di diritto privato, a contratto locativo già concluso, impedire all’inquilino l’accesso nell’unità immobiliare da lui locata.

Del resto le Linee Guida individuano talvolta dei veri e propri obblighi, ma in altri sembrano invece solo offrire dei suggerimenti, come nella questione della misurazione della temperatura.

Tra le previsioni più rilevanti rileva anche quella secondo cui “Nelle aree comuni è obbligatorio rispettare la distanza interpersonale di almeno 1 metro. Pertanto, è necessario promuovere e facilitare il rispetto di tale misura e favorire la differenziazione dei percorsi”. Un obbligo necessariamente inteso per le parti comuni della struttura ricettiva e non dell’edificio condominiale, in caso di locazioni o strutture ricettive all’interno di condomini.

Altra indicazione: Alle locazioni brevi devono essere applicate le misure di cui alla presente scheda, per le parti compatibili. Si raccomanda, al cambio ospite, l’accurata pulizia e disinfezione di ambienti, arredi, utensili e, laddove fornita, biancheria”. È da ritenersi che il concetto di “compatibilità” sia da valutarsi non solo sul piano fisico ma anche giuridico: a titolo di esempio, il locatore non ha alcuno strumento giuridico per impedire al conduttore di muoversi nelle parti comuni irrispettoso degli obblighi di distanziamento di 1 metro previsti, così come non può impedirgli di invitare a cena qualcuno che, per ipotesi, sia soggetto malato Covid, anche sintomatico. Può però, e deve, imporre alcuni obblighi nel contratto di locazione. Senza nessuna possibilità di verifica in merito al loro adempimento, però.

Nell’imminente Master di Specializzazione organizzato da Euroconference sul “Diritto della Hospitality tra Real Estate e turismo” rivolto ad avvocati, commercialisti e operatori del settore si parlerà dei principi generale di diritto privato che regolano il settore della Hospitality, del corretto inquadramento delle nuove formule di ospitalità e della relativa contrattualistica. Inoltre, in aggiunta rispetto a quanto indicato nelle locandine, si affronteranno anche di tutti i più recenti temi, tra cui:

– il funzionamento del Voucher sostitutivo fino al 30 settembre 2020, alla luce della recente segnalazione dell’Antitrust che ha ritenuto in contrasto con la normativa europea l’articolo 88 bis della legge 27/2020 che ne prevede la disciplina

– gli strumenti di prenotazione e cancellazione come regolati dai portali principali

– le criticità e i benefici connessi alle nuove forme di check-in digitalizzato, privilegiati dalla normativa Covid ma talvolta invisi dalle Questure

– le novità sull’imposta di soggiorno e i risvolti civilistici

Verranno anche forniti modelli contrattuali, sentenze rilevanti, schemi e sintesi delle principali normative specifiche e dei principi generali che governano questo mercato. E’ possibile iscriversi a un singolo incontro (in foto, la prima giornata) o all’intero Master e sono previste facilitazioni economiche per alcune situazioni.

E’ possibile iscriversi tramite il seguente link:

https://www.euroconference.it/centro_studi_forense/diritto_della_hospitality_tra_real_estate_e_turismo