Green Pass, cosa cambia per la Hospitality

È in gazzetta il decreto che introduce le modalità di utilizzo del c.d. Green Pass, in vigore dal prossimo 6 agosto, per gli spostamenti e la partecipazione e l’accesso ad alcuni servizi. Tra le attività per il cui accesso è richiesto il possesso di una certificazione verde COVID-19 tuttavia, non compaiono, a differenza di altri Stati europei, gli ingressi in hotel o altre tipologie di strutture ricettive.

Quando è richiesta la Certificazione verde

L’Art. 3 co.1 del D-L 105/2021 che modifica l’art. 9 del D-L 52/2021 convertito, richiede il possesso di una delle certificazioni verdi COVID-19 descritte nel decreto per l’accesso ai seguenti servizi e attività:

 a) servizi di ristorazione svolti da qualsiasi esercizio, di cui all’articolo 4, per il consumo al tavolo, al chiuso;

 b) spettacoli aperti al pubblico, eventi e competizioni sportivi, di cui all’articolo 5;

 c) musei, altri istituti e luoghi della cultura e mostre, di cui all’articolo 5-bis;

 d) piscine, centri natatori, palestre, sport di squadra, centri benessere, anche all’interno di strutture ricettive, di cui all’articolo 6, limitatamente alle attività al chiuso;

 e) sagre e fiere, convegni e congressi di cui all’articolo 7;

 f) centri termali, parchi tematici e di divertimento;

 g) centri culturali, centri sociali e ricreativi, di cui all’articolo 8-bis, comma 1, limitatamente alle attività al chiuso e con esclusione dei centri educativi per l’infanzia, compresi i centri

estivi, e le relative attività di ristorazione;

 h) attività di sale gioco, sale scommesse, sale bingo e casinò, di cui all’articolo 8-ter;

 i) concorsi pubblici.

L’esibizione del Green Pass è quindi richiesta per i servizi offerti in luoghi in cui la collettività generalmente si riunisce all’interno di ambienti chiusi, come ristoranti, eventi, luoghi di cultura, centri wellness etc. Tanto vale anche se questi servizi sono offerti all’interno delle strutture ricettive in cui è più probabile il contatto con estranei in luoghi chiusi, come piscine, centri termali, palestre, per i quali si applicano le regole generali.

Rimangono escluse invece le strutture ricettive in quanto tali: luoghi che tendono a riprodurre gli ambienti ordinari della vita quotidiana, in cui, i rischi di aggregazione per periodo prolungato in luogo chiuso sono limitati.

Dubbi per la ristorazione in albergo

Resta invece il dubbio sulla necessità del Pass, per mancanza di univocità della norma, per l’accesso ai servizi di ristorazione offerti all’interno delle strutture ricettive. Così come per alcune situazioni che possono verificarsi, come ad es. famiglie che hanno prenotato mezza pensione composte da genitori vaccinati e figli che non hanno ancora ricevuto la prima dose.  È possibile in questi casi l’accesso al ristorante interno alla struttura?

Confidiamo in un rapido chiarimento da parte del Legislatore: non solo per scongiurare cancellazioni all’ultimo minuto, ma anche per evitare sanzioni dovute alle difficoltà di interpretazione della norma, previste non solo a carico dell’utente, ma anche a carico degli esercenti.

Via libera per locazioni e gestione di immobili privati

Nessun dubbio invece per il turismo in alloggi privati, i c.d. “affitti brevi”. L’accesso in una unità abitativa privata attraverso un contratto di locazione breve per finalità turistiche non solo non è sottoposto alla disciplina relativa agli esercizi aperti al pubblico ma soprattutto non espone il turista ad alcun rischio di contatto con altri soggetti in aree comuni, né all’aperto né al chiuso (se non per il passaggio nelle aree condominiali, in caso di appartamenti, che avverrebbe comunque anche negli alloggi di proprietà).

Riprenderemo a proporvi i contributi dei nostri professionisti dopo la pausa estiva. Nel frattempo, confidiamo  che gli interventi legislativi delle ultime settimane servano a sostenere, seppur con diversi modalità, il settore della Hospitality in questa stagione estiva e auguriamo a tutti buone vacanze!

Bonus sanificazione anche per gli affitti brevi?

Il bonus sanificazione previsto dal c.d. Decreto Sostegni bis sembrerebbe essere esteso anche agli “affitti brevi”: meglio, agli appartamenti locati per brevi periodi per finalità turistiche. Il Senato ha appena approvato la legge di conversione del decreto-legge 25 maggio 2021, n. 73, con molte modifiche rispetto al testo originario, tra cui l’art. 32 che prevede il credito d’imposta per la sanificazione e l’acquisto dei dispositivi di protezione anche per le strutture ricettive extra-alberghiere.

La novità

Come chiariscono i nostri fiscalisti Alfredo Imparato e Marco Parnaso, “è stata prevista una estensione dei soggetti: possono beneficiare dell’agevolazione le strutture ricettive extra-alberghiere a carattere non imprenditoriale munite di codice identificativo regionale ovvero, in mancanza, identificate mediante autocertificazione in merito allo svolgimento dell’attività ricettiva (di bed and breakfast). L’estensione del provvedimento riguarda la condizione soggettiva (tipologia soggetto, ovvero un alloggio destinato alla ricettività) e non la condizione oggettiva (tipologia contratto).

Ne consegue che, ai soli fini di questa disposizione, sembrerebbe “non rilevi l’aspetto civilistico, e, dunque la tipologia di contratto, che può essere un contratto di locazione di breve durata e con finalità turistica, ovvero un contratto atipico di ospitalità in albergo o altra struttura ricettiva. Così come non rileva la modalità organizzativa con cui l’alloggio viene offerto al turista, attraverso dunque una gestione imprenditoriale o meno. Rileva piuttosto l’inquadramento regionale dell’alloggio all’interno della disciplina delle strutture ricettive e la necessità di dotare a tal fine l’alloggio di un codice identificativo”, spiega Donatella Marino, uno dei nostri avvocati. La norma è imprecisa nel linguaggio (per esempio, non esiste in Italia un concetto univoco di strutture ricettive extra-alberghiere, presente solo in alcune Regioni, come il Lazio) ma sembra evidente negli obiettivi: bilanciare i nuovi impegni per la sanificazione degli alloggi offerti ai turisti attraverso un supporto economico ai soggetti che di tali oneri devono farsi carico.

Le caratteristiche del bonus

Previsto originariamente per gli esercenti attività d’impresa, arti e professioni, con il decreto Sostegni bis, il bonus veniva esteso anche alle “strutture ricettive extra-alberghiere a carattere non imprenditoriale a condizione che siano in possesso del codice identificativo di cui all’articolo 13-quater, comma 4, del decreto-legge 30 aprile 2019, n. 34 …”, ovvero il codice identificativo c.d. “nazionale”. Con la legge di conversione il credito si è chiarito che il credito è esteso alle “strutture ricettive extra-alberghiere a carattere non imprenditoriale munite di codice identificativo regionale ovvero, in mancanza, identificate mediante autocertificazione in merito allo svolgimento dell’attività ricettiva di bed and breakfast

Il riferimento al Codice identificativo regionale suggerisce l’interpretazione estensiva della norma, volta ad includere tra i beneficiari anche i locatori che introducono il loro alloggio nell’ambito della ricettività. I c.d. “affitti brevi” costituiscono ormai da tempo una soluzione alloggiativa equiparabile per vari aspetti alle strutture ricettive, tanto che le leggi regionali prevedono all’interno delle normative che regolano il settore turistico, adempimenti amministrativi quasi indifferenziati. Le Regioni spesso richiedono anche per gli appartamenti offerti per brevi periodi con locazioni turistiche l’uso del codice identificazione regionale, equiparandole di fatto e al di là del nomen iuris, alle strutture ricettive.

Se, con interpretazione restrittiva della novità legislativa, venissero esclusi coloro che offrono ai turisti alloggi con “affitti brevi” dal novero dei soggetti che possono fruire del bonus sanificazione, includendoli tra le strutture ricettive solo nell’imposizione di pesi e vincoli e non nella concessione dei benefici, la norma si presterebbe a censure di illegittimità costituzionale, prevedendo un trattamento ingiustificatamente differenziato.

Il credito spetta “in misura pari al 30 per cento delle spese sostenute nei mesi di giugno, luglio ed agosto 2021 per la sanificazione degli ambienti e degli strumenti utilizzati e per l’acquisto di dispositivi di protezione individuale e di altri dispositivi atti a garantire la salute dei lavoratori e degli utenti, comprese le spese per la somministrazione di tamponi per COVID-19”.

Per ciascun beneficiario il credito d’imposta spetta fino ad un massimo di 60.000 euro.

Il comma 2 dell’articolo, rimasto invariato in sede di conversione, elenca la tipologia di spese per cui è ammesso il credito:

a) la sanificazione degli ambienti nei quali e’ esercitata l’attività lavorativa e istituzionale e degli strumenti utilizzati nell’ambito di tali attività;

b) la somministrazione di tamponi a coloro che prestano la propria opera nell’ambito delle attivita’ lavorative e istituzionali esercitate dai soggetti di cui al comma 1;

c) l’acquisto di dispositivi di protezione individuale, quali mascherine, guanti, visiere e occhiali protettivi, tute di protezione e calzari, che siano conformi ai requisiti essenziali di sicurezza previsti dalla normativa europea;

d) l’acquisto di prodotti detergenti e disinfettanti;

e) l’acquisto di dispositivi di sicurezza diversi da quelli di cui alla lettera c), quali termometri, termoscanner, tappeti e vaschette decontaminanti e igienizzanti, che siano conformi ai requisiti essenziali di sicurezza previsti dalla normativa europea, ivi incluse le eventuali spese di installazione;

f) l’acquisto di dispositivi atti a garantire la distanza di sicurezza interpersonale, quali barriere e pannelli protettivi, ivi incluse le eventuali spese di installazione.

Rinviamo al provvedimento del 15 luglio 2021 n. 191910 del Direttore dell’Agenzie delle Entrate, che alleghiamo, per comprendere criteri e modalità di applicazione e fruizione del credito.

Rapporti online: cosa deve conoscere il player della Hospitality

L’operatore della Hospitality, a seconda delle attività che svolge, si trova sotto il cappello di disciplina di numerose normative. Non solo adempimenti amministrativi e obblighi nazionali, anche l’attività normativa dell’Unione Europea, nel processo di liberalizzazione dei servizi nel mercato interno, ha imposto regole comuni ai professionisti, in particolare, nei rapporti che si svolgono a distanza e online. I player della Hospitality, siano essi intermediari, gestori o Property manager che operano online vogliono essere compliant devono quindi conoscere e conformarsi a plurime normative. Vediamone alcune.  

  • Il codice del consumo. Nessun professionista può innanzitutto ignorare la disciplina a tutela del consumatore, oggi confluita nel c.d. Codice del Consumo (D.Lgs n. 206/2005). Più volte aggiornato, il Codice impone a qualsiasi professionista che si relazioni ad una “persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta” particolari adempimenti e cautele. Il Codice si compone di una disciplina composita. Da obblighi informativi, anche precontrattuali, a regole per la corretta pubblicità, dalle modalità di contrarre, alla sicurezza dei prodotti, fino a garanzie di accesso alla giustizia per i consumatori
  • Il commercio elettronico.  Chiunque offra i propri servizi con un e-commerce o su piattaforme online deve conoscere la direttiva Direttiva 2000/31/CE, recepita dal D.Lgs 70/2003, su taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico nel mercato interno.
  • La direttiva sui servizi di pagamento digitale. Le transazioni economiche che avvengono in maniera diretta e immediata tra le parti richiedono la conoscenza della direttiva sui servizi di pagamento digitale (Dir. UE 2015/2366, recepita dal D.Lgs 218/2017), obbligatoria a partire dal 2021. La direttiva impone per le operazioni che avvengono senza la persona fisica del cliente e per le quali si utilizza un POS virtuale particolari precise regole di autenticazione.
  • Il Regolamento UE 2019/1150. Il nuovo regolamento UE 2019/1150 tutela anche i professionisti, utenti commerciali che si rapportano con le piattaforme online. Le nuove regole mirano a garantire che gli utenti commerciali dei c.d. servizi di intermediazione online e gli utenti titolari di siti web aziendali che siano in relazione con motori di ricerca online dispongano di adeguata trasparenza e di efficaci possibilità di ricorso qualora le azioni unilaterali dei fornitori di tali servizi diano origine ad una controversia.
  • Il GDPR. Infine, fondamentale per ogni operatore è conoscere il valore e la portata dei dati personali che quotidianamente si trova a trattare, gestire, conservare. La protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati di carattere personale è un diritto fondamentale ed è tutelato in tutto il territorio dell’Unione Europea (art. 8, par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’UE e l’art.16, par. 1, TFUE). La normativa di riferimento è oggi il Regolamento UE n. 679/2016 (GDPR o RGDP) attuato in Italia con l’aggiornamento del D.Lgs 196/2003: il c.d. Codice Privacy ad opera del D.Lgs 101/2018.

I professionisti di HLL nel corso delle prossime settimane dedicheranno qualche approfondimento a queste ed altre normative utili agli operatori della Hospitality.

Essere informati significa organizzarsi correttamente per garantire investimenti e servizi sicuri, soddisfare i clienti e tenere sotto controllo i costi, evitando sanzioni, perdite finanziarie rilevanti o danni di reputazione. Essere compliant permette di dedicarsi in maniera più sicura allo sviluppo del proprio business.

Le nuove frontiere dell’intermediario nella Hospitality, tra opportunità e incompatibilità

Gli investitori del Real Estate guardano al medio e lungo periodo confermando l’interesse verso il segmento living italiano rivolto alla Hospitality. Lo sguardo va oltre le preoccupazioni generate dalle varianti Covid, che potrebbero disturbare il settore ancora per qualche tempo. Un trend che si conferma anche nell’intermediazione Real Estate, che quindi si rinnova: i mediatori immobiliari ampliano le loro expertise e acquisiscono competenze in settori idonei a generare redditività con formule più innovative. Tenendo presente che se l’intermediazione nel mercato immobiliare ha iniziato la sua trasformazione solo nell’ultimo decennio, il fenomeno delle prenotazioni di alloggi e servizi nel settore turistico ha cambiato aspetto già da tempo.

Questa svolta dei due mercati e del progressivo ma lento adattamento del diritto, così come della crescente difficoltà delle agenzie di viaggio e dei mediatori immobiliari tradizionali costrette ad aprirsi alle soluzioni digitali e al mondo delle Proptech, è stata affrontata dalla nostra professionista Donatella Marino nel webinar organizzato da FIMAA, Federazione Italiana Mediatori Agenti D’Affari, che si è tenuto lo scorso 7 luglio 2021 ed ora accessibile su YouTube. L’accento di questo intervento è stato posto sul nuovo ruolo del mediatore immobiliare che si propone come advisor competente ed esperto nel mercato della Hospitality.

Nel webinar si accenna anche alle opportunità e incompatibilità del mediatore che si occupa di locazioni brevi e ricettività non alberghiera, al ruolo dei gestori e dei Property Manager e alle differenze ontologiche e pratiche tra il concetto di intermediario (immobiliare) digitale e di mediatore immobiliare. Con specifici riferimenti sia alla nozione di intermediario elaborata dal Decreto Legge 50/2017 (come convertito) per introdurre alcuni nuovi adempimenti, sia al caso AIRBNB alla luce della giurisprudenza europea e italiana. L’intera disamina è supportata da slides con corposi riferimenti normativi e giurisprudenziali. Potete ascoltare l’intervento e accedere alle slide con il link: https://youtu.be/SqPq09o6oZ8


Per un’assistenza più specifica potete scriverci su hospitalitylawlab@gmail.com

Truffe on line: le cautele dei player della Hospitality

In aumento le truffe nell’intermediazione turistica immobiliare. Un fenomeno allarmante che caratterizza questo inizio stagione. Generato, sembra, dal tripudio di offerte di alloggi on line da parte di un crescente numero di operatori spesso improvvisati che, inconsapevolmente, favoriscono le frodi virtuali. Il tutto alimentato dalla scarsa informazione fornita da alcune piattaforme di intermediazione, spesso prive di strumenti di sicurezza idonei a verificare l’esistenza effettiva degli alloggi oltrechè di indicazioni e condizioni generali idonee a tutelare il consumatore.

Per facilitare i consumatori la Polizia Postale ha elaborato una Guida pocket, curata da
Altroconsumo ed Airbnb, per aiutare soprattutto chi è alle prime armi ad orientarsi quando prenota una casa vacanza online. Il progetto ha elaborato 3 profili dei truffatori “classici” ed una serie di consigli per minimizzare il più possibile il rischio di cadere nell’inganno (qui l’articolo sul sito del commissariato di polizia postale https://www.commissariatodips.it/notizie/articolo/estate-2021-da-
polizia-postale-e-airbnb-i-consigli-anti-truffa-per-prenotare-la-casa-vacanza/index.html
)

Certamente, però, non può essere posto solo a carico del viaggiatore l’onere di verificare l’accuratezza dell’offerta. I player della Hospitality che operano con la dovuta diligenza e attenzione richiesta dal nostro ordinamento, siano essi piattaforme di intermediazione, gestori o property manager, possono e devono impegnarsi per contenere il rischio di interferenze illecite.

  1. Competenze. Chi opera in questo settore ben deve conoscere le normative che lo
    governano. Oltre a tutti gli adempimenti a tutela del viaggiatore/consumatore (Codice del Consumo, Codice del Turismo, Decreto Legislativo 9 aprile 2003, n. 70 sui servizi della società dell’informazione etc.)
  2. Policy di verifica. La piattaforma di intermediazione on line accorta cercherà di valersi di idonei strumenti di verifica quantomeno dell’effettiva esistenza, se non dei contenuti, degli alloggi proposti attraverso il suo supporto.
  3. Informativa di base. Il player diligente ben dovrà quindi adoperarsi per rendere facilmente accessibili, in modo diretto e permanente, agli user e alle Autorità competenti tutte le informazioni rilevanti in modo chiaro ed inequivocabile. A titolo di esempio, lo specifico ruolo del player, i prezzi applicabili e le tariffe dei diversi servizi offerti.
  4. Informativa specifica. Dovrà inoltre informare correttamente gli utenti sulle modalità di funzionamento della piattaforma utilizzata volta alla creazione di rapporti trasparenti e all’insegna della correttezza.
  5. Pagamento. Utilizzare sistemi di pagamento istituzionali o comunque sempre sicuri e tracciabili.
  6. Comunicazioni. Individuare chiaramente i canali di comunicazione da utilizzare con gli interessati, al fine di evitare che gli stessi diano informazioni a soggetti non autorizzati.
  7. Protezione dati. Rigorosamente dotarsi di Privacy Policy conforme alle più recenti
    normative nazionale ed europee (GDPR).
  8. Servizio assistenza. Fornire un servizio idoneo ad assicurare un’adeguata assistenza agli user in difficoltà, facilitando il contatto con le autorità competenti. Osservare questi semplici criteri significa, per i player, operare con quell’attenzione e diligenza richiesta dal nostro ordinamento per garantire un soggiorno sicuro a tutti i fruitori di questi nuovi strumenti del web.

Osservare questi semplici criteri significa, per i player, operare con quell’attenzione e diligenza richiesta dal nostro ordinamento per garantire un soggiorno sicuro a tutti i fruitori di questi nuovi strumenti del web.

Green Pass: le strutture ricettive devono verificare?

Lo scorso 17 giungo il Presidente del Consiglio ha firmato il Decreto che definisce le modalità di rilascio delle Certificazioni verdi digitali COVID-19. Quanto al segmento Hospitality, due sono le ricadute principali: la certificazione servirà per gli spostamenti sul territorio nazionale, nelle regioni che dovessero tornare arancioni e rosse, mentre a livello europeo varrà come EU digital COVID certificate e consentirà, quindi, di spostarsi più liberamente tra i Paesi membri.

L’ordinanza del Ministero della Salute del 18 giugno prevede quindi le nuove norme per l’ingresso da parte dei turisti provenienti dall’Unione Europea e le modalità operative del nuovo pass.

Il pass vaccinale viene rilasciato in forma cartacea o digitale a coloro che:

  • hanno completato il ciclo di vaccinazione contro il Covid-19da non oltre 9 mesi;
  • hanno ricevuto la prima dose di vaccino (il pass viene rilasciato dopo 15 giorni);
  • sono guariti dal Covid-19 da non oltre 6 mesi;
  • hanno effettuato un tampone antigenico o rapido nelle ultime 48 ore e sono risultati negativi.

Diritti e responsabilità dei gestori, dei proprietari e degli intermediari

In linea generale i soggetti di diritto privato non sono preposti alle operazioni volte a verificare l’adempimento delle norme. 

In tema di Green Pass l’art. 9 del DL 22 aprile 2021, n. 52, al comma 10, prevedeva  che,  con  decreto  del  Presidente  del Consiglio dei ministri, di concerto con i Ministri della salute,  per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale e dell’economia e delle finanze e  sentito  il  Garante  per  la  protezione  dei  dati personali, fosse prevista “l’indicazione  dei  soggetti  deputati  al  controllo   delle Certificazioni”.

Sul punto, l’art. 13 del DPCM 17 giungo stabilisce che “1. La verifica delle certificazioni verdi  COVID-19  e’  effettuata mediante la lettura del codice a  barre  bidimensionale,  utilizzando esclusivamente  l’applicazione  mobile  descritta  nell’allegato B, paragrafo 4, che consente unicamente di  controllare  l’autenticita’, la validita’ e l’integrita’ della certificazione, e di  conoscere  le generalita’ dell’intestatario, senza rendere visibili le informazioni che ne hanno determinato l’emissione.

Alla verifica sono deputati 

   – i pubblici ufficiali nell’esercizio delle relative funzioni; 

   – il personale addetto ai servizi di controllo delle attività d’intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi, iscritto nell’elenco di cui all’art. 3,  comma  8, della legge 15 luglio 2009, n. 94; 

    – i soggetti titolari delle strutture ricettive e dei pubblici esercizi per l’accesso ai quali è prescritto il  possesso di certificazione verde COVID-19, nonché i loro delegati; 

    – il proprietario o il legittimo detentore di luoghi o  locali presso i quali si svolgono eventi  e  attività  per  partecipare  ai quali è prescritto il possesso  di  certificazione  verde  COVID-19, nonché i loro delegati; 

    – i  vettori  aerei,  marittimi  e  terrestri,  nonché  i  loro delegati; 

    – i gestori delle strutture che erogano  prestazioni  sanitarie, socio-sanitarie e socio-assistenziali per l’accesso  alle  quali,  in qualità di visitatori, sia prescritto il possesso di  certificazione verde COVID-19, nonché i loro delegati. 

Nel caso in cui vi siano soggetti delegati, l’incarico deve essere effettuato con atto formale recante le necessarie istruzioni sull’esercizio dell’attività di verifica.

Sottolinea infine, il decreto, che l’attività di verifica delle certificazioni non comporta, in alcun caso, la raccolta dei dati dell’intestatario in qualunque forma. 

Il controllo relativo alla corretta esecuzione delle verifiche è svolto dal Prefetto, informando   preventivamente   il   Ministro dell’interno, avvalendosi delle Forze di polizia e, ove occorra, delle  Forze Armate,  sentiti  i competenti comandi territoriali.

I titolari di strutture ricettive 

Pur comparendo nell’elenco, in assenza di un espresso obbligo che preveda per l’accesso in strutture ricettive o esercizi pubblici, il possesso di certificazione verde COVID-19, i titolari o loro delegati non hanno diritto a effettuare alcuna operazione di controllo. La questione non è di poco conto in quanto, in mancanza di un’espressa disposizione in tal senso, la pretesa dell’esibizione di documenti contenenti dati personali e dati c.d. sensibili ai sensi degli art. 4 e 9 del GDPR, senza il consenso dell’interessato, sarebbe illegittima, facilmente contestabile dall’ospite e potrebbe esporre il titolare a sanzioni. I player della Hospitality sono dunque in attesa dei necessari chiarimenti.

Violenza sessuale in alloggio intermediato da Airbnb: quali responsabilità?

Airbnb ha pagato 7 milioni di dollari alla vittima di uno stupro consumatosi in un alloggio intermediato attraverso il noto portale: questo è quanto pubblicato lo scorso 15 giugno da Bloomberg News (https://www.bloomberg.com/news/features/2021-06-15/airbnb-spends-millions-making-nightmares-at-live-anywhere-rentals-go-away?srnd=premium-europe). Una soluzione volta a prevenire possibili addebiti rivolti ad Airbnb. Una sorpresa, posto che sino ad oggi profili di responsabilità per eventi come quello prospettato difficilmente si ritenevano ascrivibili a portali e intermediari online.

Questa la vicenda. La violenza è stata consumata nei confronti di una giovane australiana nel 2015 nell’appartamento a pochi isolati a sud di Times Square, NY, da lei prenotato attraverso Airbnb. L’autore della violenza sarebbe stato un uomo introdottosi nell’appartamento grazie a un duplicato delle chiavi che, secondo la nota agenzia di stampa, erano state lasciate per essere ritirate dagli affittuari in un negozio vicino. Per risolvere la vicenda, prevenendo possibili addebiti di responsabilità, riporta l’agenzia, Airbnb avrebbe emesso nei confronti della vittima un assegno di 7 milioni di dollari.

A prescindere dall’estensione dell’inchiesta, il tragico episodio mette in luce uno dei temi più rilevanti del mercato delle locazioni brevi, dell’extra-alberghiero e in generale della Hospitality: la sicurezza negli alloggi prenotati online e l’attendibilità degli host, specie in situazioni di ospitalità gestite in modo non professionale.

Bloomberg News sottolinea in particolare la rilevanza di un’idonea policy di gestione delle chiavi di ingresso al check-in, specie quando si tratta di chiavi tradizionali spesso lasciate fiduciariamente a un amico o a un vicino.

Questo perché l’esperienza del c.d. home sharing si fonda sul presupposto della fiducia dei soggetti coinvolti: fiducia che, se si rivela mal riposta a causa di un’errata comunicazione e informativa o gestione, può far degenerare il rapporto. Proprio per questo i player della Hospitality, siano essi gestori di strutture ricettive, proprietari di immobili destinati a locazioni brevi, mediatori o intermediari, devono porre in essere quanto possibile per rendere ottimale la sicurezza di inquilini e ospiti e nel contempo predisporre idonee informative e un’adeguata disciplina del rapporto esponendola nel loro sito e nei Termini di Servizi ivi pubblicati.

Occorre però fare delle precisazioni:

  1. il nostro sistema si basa su principi generali diversi rispetto a quelli d’oltreoceano. Questo non esclude che non possono valutarsi profili di responsabilità di natura civilistica – se non penale – rispetto ai gestori/proprietari/intermediari che omettono, ciascuno secondo il proprio ruolo, la dovuta diligenza: certo è che negli ordinamenti europei casi simili sarebbero affrontati con regole diverse.
  2. esistono nell’ordinamento europeo e, conseguentemente, in quello italiano, precipui obblighi di fornire informazioni chiare e veritiere da parte dei soggetti professionali sui contenuti del rapporto e sulle modalità di erogazione di beni e servizi rispetto ai singoli inquilini/consumatori/viaggiatori (specie nei rapporti instaurati online), considerati parte debole del rapporto.

Varie le misure che intermediari, Property Manager, gestori di strutture e proprietari/locatori possono e devono adottare per assicurare un elevato livello di sicurezza dei propri ospiti ed evitare sgraditi accessi all’interno dell’alloggio. Tra queste:

  • dotare l’alloggio di eventuali videocamere di sorveglianza, previe opportune informative;
  • comunicare agli user del sito in modo chiaro tutte le informazioni rilevanti e i comportamenti da tenere in modo che i futuri guest abbiano a disposizione quanto necessario o anche solo opportuno per evitare drammi come quello verificatosi;
  • munirsi di adeguata procedura e sistema di controllo del momento check-in, sia che avvenga con chiavi fisiche o virtuali.

Sull’ultimo punto, ricordiamo il dibattito in corso nelle nostre aule giudiziarie tra i sostenitori della tesi che considera più sicura la chiave tradizionale e i player più innovativi che garantiscono un miglior risultato attraverso i codici digitali modificabili per ogni ospite. Massima attenzione, accuratezza e alti livelli di diligenza restano comunque ancora una volta le strategie vincenti per potersi liberare da responsabilità.

Fatture senza IVA: per Booking

E’ di ieri, 10 giugno, la notizia ufficiale. La Guardia di Finanza ha reso noto attraverso il suo Ufficio Stampa che i finanzieri del Comando Provinciale di Genova nell’ambito di un’indagine coordinata dalla locale Procura delle Repubblica, hanno concluso una complessa attività di verifica fiscale nei confronti di una nota società con sede in Olanda, che ha permesso di disvelare una maxi evasione di oltre 150 milioni di euro di I.V.A. La nota società olandese è la proprietaria del portale Booking.com. Secondo quanto ivi riportato, Booking.com “era solita emettere fatture senza Iva applicando il meccanismo del c.d. ‘reverse charge’ anche nei casi in cui la struttura ricettiva era priva della relativa partita, con la conseguenza che l’imposta non veniva dichiarata né versata in Italia” . Gli addebiti riguardano l’Iva non versata tra il 2013 ed il 2019.

“Le attività di polizia economico-finanziaria, eseguite dai militari del I Gruppo Genova e dalla dipendente Compagnia di Chiavari, hanno preso avvio nel 2018 da mirati accertamenti fiscali, effettuati nei confronti di gestori di strutture ricettive del tipo “Bed & Breakfast”, ubicati nelle zone a più alta vocazione turistica della provincia del capoluogo ligure”, prosegue il comunicato della GdF.

Le attività ispettive della Guardia di Finanza avrebbero ricostruito, si legge, un fatturato verso l’Italia per un ammontare di circa 700 milioni di euro, sul quale la società avrebbe dovuto procedere alla dichiarazione annuale Iva e versare nelle casse erariali oltre 153 milioni di euro di imposta.

Secondo quanto riportato da varie testate, Booking.com in una nota diffusa avrebbe affermato: “In linea con la legislazione europea in materia di Iva, riteniamo che tutte le nostre strutture partner nell’Unione Europea, incluse quelle italiane, siano responsabili della valutazione circa il pagamento dell’Iva locale e del versamento ai rispettivi governi.

Confermiamo di aver ricevuto il recente verbale di accertamento Iva da parte delle autorità italiane, che verrà ora esaminato dall’Agenzia delle Entrate e che intendiamo approfondire in piena collaborazione con quest’ultima”.

Come opera Booking.com in Italia

E’ la stessa Booking.com che ci spiega nel suo sito, versione italiana, la distribuzione di ruoli e responsabilità tra la casa madre olandese e le società “figlie” presenti in alcuni Stati, tra cui l’Italia. Questo è quanto si legge in data odierna: “Booking.com B.V., con sede ad Amsterdam, fornisce un servizio di prenotazione online di strutture ricettive e possiede, controlla e gestisce il sito web http://www.booking.com. Booking.com è supportata da varie compagnie locali a livello internazionale, elencate qui sotto. Il ruolo di queste compagnie è quello di fornire supporto a Booking.com in ogni Paese. Le compagnie di supporto non forniscono alcun servizio di prenotazione online e non possiedono, controllano, ospitano o gestiscono il sito web (o qualsiasi altro sito web) di Booking.com, né ne curano la manutenzione. Booking.com è domiciliata solo presso la sede legale di Amsterdam, e in nessun altro ufficio delle compagnie di supporto nel mondo. Le compagnie di supporto non operano né sono autorizzate a operare in qualità di rappresentanti o fornitori di servizio di Booking.com.

La stessa pagina riporta in calce, come “compagnia di supporto” (o “partner”, nelle versioni inglesi) italiana, Booking.com (Italia) S.r.l. con sede a Roma e diverse unità locali su tutto il territorio.

Le imposte ai portali

Già nel 2016, in risposta ad un’istanza di Federalberghi, sul tema delle commissioni per le prestazioni relative alle prenotazioni alberghiere online si era espressa l’Agenzia delle Entrate precisando che l’IVA è sempre dovuta e

  • se l’alloggio è una struttura ricettiva intestataria di partita IVA, l’imposta si applica con il reverse-charge del committente nazionale (B2B),
  • se l’alloggio non è intestatario di partita IVA e il servizio è reso nei confronti di privati (B2C), il portale dovrà identificarsi in Italia ed emettere fattura con l’imposta nazionale ex art. 7-sexies, 1° co. lett. a) del D.P.R. 633/1972.

E’ invece emerso” prosegue il Comunicato della GdF, come Booking.com “non abbia nominato un proprio rappresentante fiscale, né si sia identificata in Italia e quindi presentato la relativa dichiarazione, pervenendo così alla totale evasione dell’imposta, che non è stata assolta né in Italia né in Olanda configurando, di conseguenza, il reato di omessa dichiarazione, di cui all’art. 5 del D.Lgs. 74/2000”.  

La notizia si inserisce nell’alveo della questione sulla qualificazione dei servizi di prenotazione relativi a prestazioni ricettivo-locative e servizi simili resi dalle piattaforme online, specie se straniere, che operano nel mercato italiano. Le conseguenze dell’incertezza, oltre che sull’erario, gravano sull’intero mercato del turismo e della Hospitality. Un settore nel quale finiscono per competere, per servizi sostanzialmente molto simili, soggetti che, dal punto di vista legale e fiscale, sottostanno a regole diverse. 

I professionisti di HLL approfondiranno le evoluzioni della vicenda e i risvolti giuridici delle tematiche che ne derivano.

Scoperta maxi evasione fiscale di un gigante del web — gdf.gov.it 

Vincolo di destinazione ricettivo: va rimosso se l’attività non è vantaggiosa per l’albergatore


Una nuova decisione del Consiglio di Stato nel solco del trend favorevole alla rimozione del vincolo di destinazione urbanistica alberghiera, quando non sussiste la convenienza economica del proprietario dell’immobile. Un segnale importante, in un momento in cui l’investitore istituzionale Real Estate inizia ad aprirsi anche al mercato residenziale e alle figure sfumate di confine con l’ambito ricettivo, senza doversi sentire limitato nelle scelte. Libero da questo limite, il proprietario della struttura ricettiva potrà adibire l’immobile ad altra destinazione maggiormente compatibile con le sue esigenze, eventualmente frazionandolo e cedendo le singole unità abitative o comunque ponendo in essere operazioni che consentono di rendere ottimale l’investimento.

Il vincolo alberghiero previsto dai regolamenti regionali e comunali deve tenere in conto la
convenienza economica dell’attività. Lo ha ribadito con sentenza del 24 febbraio 2021 il Consiglio di Stato. La Corte amministrativa ha infatti affermato che “La previsione del vincolo alberghiero … per essere costituzionalmente legittima, deve essere il frutto di un accorto bilanciamento tra valori egualmente tutelati in Costituzione, in modo da rendere compatibile il principio di funzionalizzazione della proprietà enunciato dall’art. 42 Cost., con la sussistenza stessa del diritto di proprietà (in modo da evitare che un vincolo stringente nella destinazione ed indefinito nel tempo possa costituire un intervento di fatto espropriativo), e con la libertà di iniziativa economica che – fermi i limiti imposti dall’art. 41 Cost. – impedisce l’“imposizione coattiva” dello svolgimento di attività allorché non sussista la convenienza economica delle stesse.

Il Caso

Una società svolgeva l’attività di gestione di un residence costituito da 18 unità abitative. La ricorrente affermava che da diversi anni l’attività era in perdita e che, di conseguenza, aveva necessità di cessare l’attività e mutare la destinazione d’uso delle unità immobiliari in modo da  renderle utilizzabili per altri scopi. Contestava quindi la legittimità della deliberazione del  Consiglio comunale con cui si disponeva che all’interno dei c.d. “tessuti turistico-ricettivi ad alta  densità” non era ammesso il cambio di destinazione d’uso per le strutture ricettive alberghiere con più  di dieci camere.

Il vincolo alberghiero

Il vincolo alberghiero è stato introdotto con regio decreto nel 1936; vietava, in assenza di apposita autorizzazione ministeriale, l’alienazione o la locazione per uso diverso da quello alberghiero degli edifici destinati, alla data di entrata in vigore del r.d.l., interamente o prevalentemente ad uso di albergo, pensione o locanda. L’efficacia di tale normativa è stata ripetutamente prorogata dal legislatore, fino a quando la Corte Costituzionale, con sentenza 8 gennaio 1981 n. 4 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della proroga, perché lasciando inalterato il vincolo alberghiero solo per i vecchi alberghi (risalenti a epoca precedente al 1936), introduceva una disparità di trattamento rispetto a quelli realizzati successivamente, che non ne risultavano gravati.

A seguito di tale pronuncia, è intervenuta la legge 17 maggio 1983, n. 217, che ha posto i principi fondamentali in materia, cui le Regioni avrebbero dovuto conformarsi, nell’esercizio della propria competenza legislativa concorrente. Dopo la riforma del 2001, con il passaggio alla competenza legislativa delle Regioni, la materia relativa al vincolo alberghiero è diventata a tutti gli effetti un problema di gestione e di governo del territorio, da affrontare con gli strumenti tipici della pianificazione urbanistica.

Secondo le nuove pronunce, il tema va affrontato in maniera conforme ai principi di rango
costituzionale della materia.
L’imposizione di un vincolo rimane dunque legittima solo se in linea con tre criteri:

  • il vincolo deve essere limitato nel tempo,
  • deve essere giustificato da esigenze concrete e
  • deve essere possibile rimuoverlo se l’esercizio dell’impresa alberghiera non è più
    economicamente conveniente.

La decisione
Il Consiglio di Stato ha affermato che “ferma restando la discrezionalità della singola
amministrazione nell’adattare questi principi alla realtà locale, è necessario comunque rispettare la norma che, in caso di non convenienza economico-produttiva, permette – alle condizioni di legge, integrate dalla disciplina regionale/comunale – la rimozione del vincolo….L’Ente locale può certamente prevedere con discrezionalità criteri e modalità per la rimozione del  vincolo, distinguendo tra le diverse zone del suo territorio e tra le differenti tipologie di strutture ma  non può del tutto trascurare il profilo legato alla perdita di convenienza economico-produttiva dell’impresa alberghiera introducendo ulteriori presupposti non previsti dalla legge. La corte ha disposto l’accoglimento del ricorso fermo restando la discrezionalità dell’amministrazione “col esercizio del potere, di adattare i principi ora enunciati alla realtà locale.”

La violazione del vincolo alberghiero è punita con sanzioni amministrative e può presentare anche profili di rilevanza penale. Ma, se ricorrono le condizioni, è possibile presentare la richiesta di rimozione del vincolo all’interno dello specifico procedimento amministrativo a tal fine preposto.

Durata delle locazioni: le Regioni possono imporre limiti? Il caso Liguria

È coordinato e compatibile con l’impianto normativo italiano la modifica introdotta lo scorso 3 maggio dalla Liguria per gli alloggi destinati alle locazioni di breve periodo. In linea con il trend del Legislatore nazionale e regionale dell’ultimo decennio, anche la Liguria aveva da tempo deciso di monitorare il fenomeno dei cosiddetti “affitti brevi” ponendo adempimenti a carico dei soggetti che dispongono – quali proprietari o ad altro titolo – di alloggi così introdotti nel circuito turistico in senso lato. Una tendenza diffusa in quasi tutte le Regioni, che però spesso attraggono nell’orbita della ricettività le locazioni turistiche brevi con discipline poco chiare e incompatibili con altri principi presenti nel nostro ordinamento. 

Il risultato impedisce ai player della Hospitality di individuare i comportamenti corretti da adottare. 

Le locazioni c.d. turistiche, ricordiamo, sono, ai sensi dell’art. 1 c. 2 lettera c) L. 431/98 sottratte a gran parte della rigida disciplina della stessa legge e, ai sensi dell’art. 53 D.lgs. 79/2011 (Codice del turismo) “sono regolati dalle disposizioni del Codice Civile in tema di locazione”. Per questa categoria locativa, dunque, non vi sono civilisticamente vincoli di durata, lasciata alla libertà negoziali e alle esigenze delle parti.

Modificando la propria legge in materia di turismo (L.R. n. 32/2014 “Testo unico in materia di strutture turistico ricettive e norme in materia di imprese turistiche”) la Liguria si è così adeguata

– sia alle nuove esigenze emerse nel settore ricettivo 

– sia alle la normativa in materia ricettiva introdotta a livella nazionale (in materia penale e fiscale, per esempio) in materia di locazioni di breve periodo e di presunzione di imprenditorialità del locatore

– sia alla giurisprudenza del settore.

Temi trattati di volta ampiamenti da HLL. 

Le modifiche agli affitti brevi in Liguria

La Liguria è intervenuta su quelli che la legge regionale già chiamava appartamenti ammobiliati ad uso turistico (AAUT). La riforma prevede ulteriori norme volte a contrastare il cosiddetto “abusivismo” e nel tentativo di superare i contrasti con la legislazione nazionale affronta due punti fondamentali:

  1. L’art. 1 della L.R. 3 maggio 2021, n.8 ha modificato l’art. 1 co. 3 L. 32/2014 confermando, correttamente, che “gli appartamenti ammobiliati ad uso turistico di cui al Titolo VI in quanto mere locazioni a fini turistici, non sono strutture ricettive”. Si sottrae esplicitamente così questa categoria locativa dalla disciplina prevista nella legge per le strutture ricettive e chiarendo un errore che spesso confonde anche le amministrazioni addette ai controlli.
  1. Ma è la nuova formulazione dell’art. 27 co. 1 della legge regionale che merita particolare attenzione. L’articolo prevede che sono “appartamenti ammobiliati ad uso turistico le unità immobiliari di civile abitazione, date in locazione a turisti, con contratti di locazione breve aventi durata non superiore a trenta giorni: 

a) dai proprietari; 

b) da chiunque ne abbia la disponibilità in base ad un valido titolo di possesso.”

L’interpretazione letterale e sistematica, confermata anche dai funzionari della Regione, è che rimangono escluse dalla disciplina contenuta nella legge le locazioni con finalità turistiche di durata superiore a 30 giorni. 

Le situazioni ibride

La nuova formulazione della legge ligure, correttamente interpretata, rende evidente che l’inquadramento di un alloggio tra gli AAUT previsti dalla Regione non preclude la possibilità di concludere per lo stesso alloggio anche contratti di locazione con finalità turistiche superiore a 30 giorni così come qualsiasi altri tipo di contratto di locazione. 

In altre parole, oggi in Liguria è possibile destinare un alloggio a locazioni di durata inferiore a 30 giorni purchè vengano osservati gli adempimenti previsti dalla L.R. 32/2014 e quelli previsti a livello nazionale in materia penale e fiscale: nulla osta, tuttavia, che lo stesso alloggio possa essere locato anche per locazioni di durata superiore a 30 giorni, in linea con le previsioni del codice civile e della Legge 431/98 in materia di locazioni a uso abitativo. In questo caso semplicemente non sarà tenuto agli adempimenti.

Questa lettura appare in linea con i principi generali del nostro ordinamento e in particolare della nostra Costituzione che impongono all’Amministrazione di non gravare la posizione del cittadino con adempimenti inutili e non motivati da esigenze di natura pubblicistica. Ne deriva che gli obblighi previsti dalle normative regionali, competenti a normare gli aspetti amministrativi del comparto turistico, hanno l’esclusivo scopo di monitorare le locazioni particolarmente brevi di alloggi a turisti, ai fini sia della rintracciabilità fiscale sia della tutela del conduttore/viaggiatore. Per locazioni di periodi superiori la normativa regionale esce di scena, non trattandosi più di tematiche legate al comparto turistico. L’obbligo di registrazione del contratto locativo scritto colma già le necessità di controllo ai fini fiscali mentre la L. 431/98 risponde ampiamente alle esigenze garantisce nei confronti del conduttore. L’impianto normativo del segmento Hospitality resta comunque piuttosto complesso e rimane auspicabile una revisione normativa globale nell’ottica di una progressiva semplificazione e riduzione degli adempimenti burocratici non strettamente necessari in modo da sostenere una vera ripresa del settore.