TAX CREDIT VACANZE, chi sono i beneficiari

il 17 giugno 2020, l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato le “Modalità di applicazione delle disposizioni in materia di tax credit vacanze di cui all’articolo 176 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34”.

Questo in vista dell’imminente avvio dell’accesso all’agevolazione, il prossimo 1° luglio 2020.

L’AdE ripropone concetti e termini della normativa statale: il bonus (per un valore massimo di 500 euro) è utilizzabile per il pagamento dei servizi offerti, in ambito nazionale, “dalle imprese turistico ricettive, dagli agriturismi e dai bed&breakfast in possesso dei titoli previsti dalla normativa nazionale e regionale per l’esercizio dell’attività turistico ricettiva” – che l’AdE definisce al punto 3.1  “fornitori”- alle condizioni previste dall’articolo 176 del Decreto Rilancio (per la cui analisi si rimanda ai nostri precedenti post).

La figura del fornitore di alloggi e servizi turistici non è però perimetrata: è pertanto necessario uno sforzo interpretativo per individuare i soggetti effettivamente destinatari di questa norma. Un’operazione ermeneutica peraltro piuttosto semplice, questa volta: l’elenco non è esaustivo bensì necessariamente di natura esemplificativa. Il riferimento del Legislatore nazionale a una terminologia identificativa di strutture ricettive che è invece demandata alle Regioni è necessariamente generico e approssimativo: utile solo a identificare in astratto le categorie cui il Legislatore nazionale desidera rivolgersi. Le Regioni infatti, in linea con il dettato costituzionale, hanno definito in modo estremamente eterogeneo e affatto uniforme le diverse soluzioni ricettive. Hanno adottato concetti di impresa turistico-ricettiva diversi le une dalle altre e sempre sganciati dal concetto di impresa definito dal Legislatore nazionale. Spesso includono, tra le strutture ricettive – quantomeno per l’applicazione di alcune disposizioni – anche gli “appartamenti arredati a uso turistico” o altre denominazioni simili, volti a indicare che tra le strutture ricettive vanno inclusi, per alcuni adempimenti, anche gli appartamenti privati locati tramite le formule dei c.d. “affitti brevi” inferiori a 30 giorni. Non solo: i soggetti che pongono in essere locazioni turistiche o brevi sono oggi destinatari di una serie di adempimenti anche a livello nazionale.Tra gli ultimi, quelli indicati dalla recente legislazione di emergenza in materia di Linee guida per l’apertura delle attività produttive (vedi Linee Guida della Conferenza delle Regioni e Province autonome, Allegato 9 del DPCM 11 giugno 2020) che includono le “locazioni brevi”, tra i destinatari, insieme alle strutture ricettive, delle indicazioni di adempimenti in materia di prevenzione del contagio Covid-19.

Permangono anche alcune ulteriori perplessità per la macchinosità di fruizione del bonus previsto normativamente.

Al momento è quindi di fatto impossibile cogliere i contorni delle misure adottate: se si aderisse a una interpretazione restrittiva fondata su concetti approssimativi, verrebbero poste in essere gravi discriminazioni tra soluzioni diversamente denominate in base alla collocazione geografica. È auspicabile dunque un ulteriore intervento chiarificatore dell’AdE in tal senso, ma con urgenza, considerati i tempi ormai davvero stretti.

IMU e strutture ricettive: l’esenzione prevista dal Decreto Rilancio

Il Governo è intervenuto a favore del settore della Hospitality in grave crisi prevedendo che, in considerazione degli effetti connessi all’emergenza sanitaria da COVID 19 per l’anno 2020 non è dovuta la prima rata IMU – in scadenza domani – relativa a: “[]immobili adibiti a stabilimenti balneari marittimi […]e immobili degli agriturismo, dei villaggi turistici, degli ostelli della gioventù, degli affittacamere per brevi soggiorni, delle case e appartamenti per vacanze, dei bed & breakfast, dei residence e dei campeggi, a condizione che i relativi proprietari siano anche gestori delle attività” (Art. 177 del D-L n. 34/2020 c.d. Decreto Rilancio).

In assenza di chiarimenti della Agenzia delle Entrate, sono gli interpreti del diritto a fornire le prime interpretazioni. Tra questi, gli Avv. Francesco Del Buono, l’Avv. Donatella Marino e gli altri professionisti di Hospitality Law Lab che ringraziamo per questo contributo d’urgenza gentilmente reso a causa delle numerosissime richieste, in cui si sintetizzano alcune chiavi di lettura. Condizione determinante per il riconoscimento dell’esenzione è la proprietà dell’immobile in capo allo stesso soggetto che gestisce le attività ricettive elencate: scelta logica del Legislatore, posto che l’IMU è una imposta legata alla proprietà dell’immobile, ed è il proprietario il soggetto passivo di questa imposta. Scopo della norma sembra essere quello di alleggerire quei proprietari che hanno devoluto l’immobile al segmento turistico, devastato dagli effetti della crisi da Covid-19. Si aprono dunque alcuni temi interpretativi. Innanzitutto, nel menzionare le tradizionali categorie dell’extra-alberghiero non viene chiarita la posizione di quei proprietari che hanno destinato il loro appartamento all’ospitalità turistica attraverso i c.d. “affittibrevi”. L’interpretazione ad oggi più ragionevole porta a ritenere che se i proprietari di tali immobili sono tenuti agli stessi adempimenti delle strutture ricettive quando si tratta di normative regionali, di Comunicazioni alla Questura dei soggetti Alloggiati e dell’imposta di soggiorno, dovranno esserlo anche in termini di benefici. Né sembra potersi obiettare che tali proprietari di immobile non svolgono attività d’impresa o comunque gestoria: il beneficio dell’esenzione è rivolto ai proprietari in virtù della destinazione (in uno dei comma precedenti il Legislatore usa il termine “adibito”) al settore turistico e non hanno potuto beneficiare delle consuete entrate durante il lockdown (e non solo), a nulla rilevando, in questo contesto, l’effettivo esercizio di un’attività imprenditoriale o lavorativa. Altro tema si pone per i soggetti che gestiscono per conto dei proprietari le suddette attività (i c.d. Property Managers): in questo caso andrà verificata sia la titolarità dell’attività ricettiva, sia il rapporto intercorrente tra proprietario e il Property Managers. In pratica, se il proprietario è intestatario dell’attività, e si fa coadiuvare dal Property Manager solo per lo svolgimento di alcuni aspetti più operativi, potrebbe avere diritto all’esenzione. Al contrario, se il Property Manager, quale gestore, si assume il rischio d’impresa e risulta essere intestatario dell’attività, il proprietario non può beneficiare dell’agevolazione, in assenza di identità tra proprietario e gestore. Tutte le situazioni intermedie vanno valutate caso per caso. Determinante è il contenuto del rapporto che lega il proprietario al Property Manager, spesso un mandato, da valutare non solo per singole disposizioni ma anche nell’interezza del suo contenuto.

Un ultimo tema riguarda la portata della agevolazione: si tratta di una mera dilazione del pagamento o di una vera e propria riduzione dell’imposta per il 2020? L’interpretazione preferibile porta a ritenere che il contribuente non debba versare l’importo relativo all’acconto dell’imposta, quest’ultima risultando determinata, per differenza, dal solo saldo, che sarà da versare con scadenza 16 dicembre 2020. Ma l’incertezza è rilevante e sarà dirimente sul punto un provvedimento chiarificatore da parte dell’Agenzia delle Entrate.

DALL’ADE CHIARIMENTI SU CREDITO D’IMPOSTA PER L’HOSPITALITY

Con la Circolare n. 14/E del 6 giugno 2020 l’Agenzia delle Entrate ha fornito le istruzioni operative sull’utilizzo del credito d’imposta per i canoni di locazione o affitto degli immobili a uso non abitativo, previsto dall’art. 28 del Decreto Rilancio (D-L 34/2020).

Sono ammessi al beneficio, tra gli altri, le strutture alberghiere e agrituristiche, prescindendo dal volume di ricavi e compensi registrato nel periodo d’imposta precedente” e indipendentemente dalla destinazione catastale dell’immobile locato.

La finalità dell’articolo 28, spiega la Circolare “è quella di contenere gli effetti economici negativi derivanti dalle misure di prevenzione e contenimento connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19 che hanno determinato una riduzione dei ricavi o dei compensi delle attività economiche a fronte dell’incidenza dei costi fissi quali, ad esempio, il canone di locazione, di leasing o di concessione di immobili delle piccole attività economiche”: tra queste, tutte le attività alberghiere e delle altre strutture ricettive, tra cui affittacamere, CAV e B&B, e dei Property Manager che operano in questi ambiti con le formule del c.d. “rent to rent” o “vuoto per pieno”.

Per poterne usufruire il canone deve essere corrisposto al proprietario.

Il credito d’imposta è stabilito in misura percentuale (60 per cento) in relazione ai canoni per locazione degli immobili ad uso non abitativo.

Ambito soggettivo

Sono ammessi al beneficio, tra gli altri, le strutture alberghiere e agrituristiche, prescindendo dal volume di ricavi e compensi registrato nel periodo d’imposta precedente

Non sono invece inclusi tra i soggetti che possono fruire del credito, coloro che svolgono attività commerciali non esercitate abitualmente, producendo conseguentemente redditi diversi.

Quanto all’individuazione delle attività produttive, “occorre fare riferimento ai soggetti che – indipendentemente dalla natura giuridica o dal regime fiscale adottato –svolgono effettivamente le attività riconducibili alla sezione 55 di cui ai codici ATECO”, specifica la circolare.

La circolare individua quindi alcune voci a mero titolo esemplificativo. In particolare, richiama il codice 55.1 “Alberghi e strutture simili“e il codice 55.2 “Alloggi per vacanze e altre strutture per brevi soggiorni“, elencando tra gli altri:

55.20.10 Villaggi turistici

55.20.20 Ostelli della gioventù

55.20.51 Affittacamere per brevi soggiorni, case ed appartamenti per vacanze (CAV), bed and breakfast (B&B), residence, e in particolare

i. fornitura di alloggio di breve durata presso: chalet, villette e appartamenti o bungalow per vacanze

ii. cottage senza servizi di pulizia”

Gran merito alla circolare n. 14/E per aver fornito una indispensabile precisazione: “gli immobili oggetto di locazione, indipendentemente dalla categoria catastale, devono essere destinati allo svolgimento effettivo delle attività sopra indicate. Rientrano quindi tra i soggetti quelli con codice 55.20.50 “Affittacamere per brevi soggiorni, case e appartamenti per vacanze”.

Requisiti

Il bonus è applicabile ai soggetti che abbiano subito una diminuzione del fatturato o dei corrispettivi in ciascuno dei mesi di marzo, aprile e maggio di almeno il 50% rispetto allo stesso mese del periodo d’imposta precedente.

Il calo del fatturato o dei corrispettivi deve essere, dunque, accertato mese per mese. Quindi può verificarsi il caso, ad esempio, che spetti il credito d’imposta solo per uno dei mesi elencati.

Per le strutture turistico-ricettive con attività solo stagionale invece, sarà commisurato con riferimento all’importo versato per ciascuno dei mesi di aprile, maggio e giugno.

Considerata la finalità della norma di ridurre l’onere che grava in capo al locatario, è possibile fruire del credito attraverso la cessione dello stesso al locatore, fermo restando che in tal caso deve intervenire il pagamento della differenza tra il canone dovuto ed il credito di imposta (ad esempio il 40% del canone).

Occorre evidenziare che nel caso in cui le spese condominiali siano state pattuite come voce unitaria all’interno del canone di locazione e tale circostanza risulti dal contratto, è stato specificato che anche le spese condominiali possano concorrere alla determinazione dell’importo sul quale calcolare il credito d’imposta.

Il credito d’imposta è utilizzabile:

– in compensazione orizzontale (codice 6920);

oppure

– nella dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta di sostenimento della spesa;

– (in alternativa), come abbiamo visto, può essere ceduto: al locatore o al concedente, ad altri soggetti, compresi istituti di credito e altri intermediari finanziari, con facoltà di successiva cessione del credito (a breve sarà emesso il Provvedimento da parte della Agenzia delle Entrate per definire le modalità per perfezionare la cessione del credito).

Ringraziamo i nostri professionisti: il Dott. Alfredo Imparato e l’Avv. Donatella Marino per il contributo.

Caso Covid nell’albergo o in casa

Con le recenti e imminenti riaperture dei confini, le strutture ricettive e i locatori short e medium term si preparano ai i primi ingressi post crisi. Purtroppo però gli operatori della Hospitality, già travolti dai ridotti ricavi e affaticati dall’aumento dei costi per la messa in sicurezza dei locali, sono preoccupati per le nuove incertezze giuridiche: rischiano di rimanere invischiati in una pastosa (e costosa) “burocratizzazione” e di doversi confrontare con responsabilità pesanti se inciampano in qualche ipotesi di cliente sospetto, sintomatico o accertato Covid-19.

Molte domande. Cosa succede se una famiglia magari in arrivo dall’estero, si presenta in albergo con un figlio che, al rilievo della temperatura, risulta superiore ai 37,5°? Il gestore dovrà mandarli via (e dove, in tal caso)? Dovrà farli entrare e trattenerli in quarantena (e se non vogliono?) finché vengono tutti sottoposti a tampone (e ben conosciamo difficoltà e tempistiche)? E se risultano positivi? Come dovrebbe comportarsi intanto il gestore con gli altri clienti? Dovrà comunicarlo pubblicamente – ma sono dati sensibili – in modo da consentire a tutti gli ospiti di stare lontano dal sospetto o accertato Covid? Oppure dovrà dare la segnalazione in termini generici, invitando tutti di andarsene? Oppure, al contrario, a mettersi tutti in quarantena in struttura? O deve essere l’autorità amministrativa a costringere tutti gli ospiti in quarantena (laddove non sono previsti spostamenti in apposite aree attrezzate, come in Emilia Romagna)? E fino a quando? Con costi di vitto e alloggio a carico di chi? È corretto, utile o potenzialmente problematico richiedere le autocertificazioni? Come vanno gestite le eventuali segnalazioni risultanti dalle autocertificazioni? Domande, queste e molte altre, che si affollano sui tavoli di noi professionisti, in questi giorni.

Risposte complesse. Purtroppo, non esistono risposte univoche. Variano in funzione della specifica vicenda oltre che della Regione (e Comune) di riferimento. La questione inoltre va impostata diversamente per gli alberghi e per le strutture ricettive non imprenditoriali, come i B&B e le case vacanze di alcune Regioni. E in modo ancora diverso per gli appartamenti privati. Quello che il Legislatore non sta considerando è che non possono essere estese agli operatori alberghieri tout cour le disposizioni previste per gli altri esercizi commerciali: diverso è per un ristoratore respingere un soggetto con temperatura superiore ai 37,5° rispetto a un albergo che rifiuta il pernotto a una famiglia dopo un viaggio a causa di un bimbo con febbricola. Ancor più problematico è intervenire per queste ragioni su un inquilino che si appresta a godere dell’immobile locato con apposito contratto. Così come diverso è che risulti positivo al Covid un cliente che abbia pranzato in un ristorante da un cliente presente in albergo o da un inquilino nella casa da lui detenuta.

Strutture ricettive o locazioni in appartamenti privati. Ancora una volta, la distinzione tra strutture ricettive e appartamenti privati locati per periodi brevi viene gestita in modo sommario dal Legislatore. Al contrario, la divaricazione, in termini di responsabilità civili e penali, è particolarmente drastica. Questo perché il Legislatore, sia statale che regionale, ha proposto vari suggerimenti o veri e propri adempimenti a carico degli operatori ma ha lasciato per ora ingestite le conseguenze nel caso i rilievi portino a segnalazioni di casi Covid. Con una pericolosa esposizione alle diverse responsabilità, affidate ai principi generali (di cui parleremo nell’imminente Master).

Esistono dei protocolli operativi nel caso in cui una struttura rilevi un possibile contagio Covid? Le Regioni hanno emanato sia provvedimenti generici per gli spostamenti sul territorio sia, talvolta, indicazioni specifiche sulla gestione dei casi positivi nelle strutture ricettive. Tutte hanno recepito le Linee Guida emanate il 25 maggio 2020 dalla Conferenza delle Regioni e Province autonome.

Esistono protocolli nazionali in caso di sospetto contagio Covid in struttura ricettiva? L’ultimo DPCM, del 17 maggio 2020 (in vigore fino al 14 giungo 2020) si limita a stabilire, all’Art. 1: “Allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19 [] a) i soggetti con infezione respiratoria caratterizzata da febbre (maggiore di 37,5° C) devono rimanere presso il proprio domicilio, contattando il proprio medico curante.” Ma difficilmente questa disposizione può interessare le strutture ricettive, posto che il domicilio di una persona, nel nostro ordinamento coincide con il “luogo in cui essa ha stabilito la sede principale dei suoi affari e interessi” (Art. 43 c.c.).

Esistono dunque protocolli operativi a livello regionale? Molte Regioni hanno assunto posizioni interessanti. Per esempio, l’Abruzzo, nei Protocolli di sicurezza per l’esercizio delle strutture ricettive alberghiere ed extra alberghiere tenta una disciplina dello spinoso argomento della responsabilità del gestore stabilendo che:

“La corretta attuazione in tutte le sue fasi del Piano d’azione predisposto […] esonererà espressamente[…] i gestori […] da ogni responsabilità derivante dal verificarsi di eventuali casi positivi all’interno della struttura ricettiva”. Una corretta enfasi alla best practice di cui al nostro precedente articolo, ma un esonero che potrebbe non rilevare affatto ai fini delle conseguenze civili o penali, rette da principi e regole già presenti nel nostro ordinamento e di competenza esclusiva del Legislatore nazionale.

Anche l’Emilia Romagna ha proposto articolati protocolli specificando, per esempio, che “Eventuali ospiti accompagnatori del cliente riconosciuto come COVID positivo per i quali sia disposto l’isolamento fiduciario domiciliare dovranno lasciare la struttura per rientrare alla propria residenza”

Per adesso non c’è dunque soluzione univoca alle diverse domande: la valutazione della responsabilità civile in ogni vicenda è demandata all’equilibrato contemperamento dei principi di diritto privato, come interpretati dalla giurisprudenza in casi analoghi, con la normativa speciale predisposta per la gestione dell’attuale emergenza.

Il Master di specializzazione affronterà in modo più tecnico l’intero tema con particolare attenzione alla distinzione tra responsabilità del gestore di struttura ricettiva e del locatore, confidando che nel frattempo il Legislatore nazionale intervenga con apposite disposizioni che definiscano – attenuandoli – obblighi e responsabilità di gestori e locatori costretti a confrontarsi con clienti sospetti o accertati Covid.

Linee guida per una safe Hospitality: valore giuridico, sanzioni e conseguenze

Con una finalità lodevole e un infelice incipit (“Le presenti indicazioni si applicano alle strutture ricettive alberghiere, complementari – es. extra-alberghiere, locazioni brevi-, e alloggi in agriturismo”) il 25 maggio 2020 la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha pubblicato leLinee guida per la riapertura delle Attività Economiche e Produttive”, come previsto dall’Art. 1 del DPCM 17 maggio 2020. Le nuove linee guida si inseriscono nell’alveo delle Considerazioni operative per la gestione del COVID-19 nel settore Alberghiero“, pubblicate dall’OMS lo scorso 31 marzo e della Comunicazione della Commissione Europea sugli “Orientamenti dell’UE per il progressivo ripristino dei servizi turistici e la definizione di protocolli sanitari nelle strutture ricettive” del 13 maggio 2020.

Ma sono vincolanti queste indicazioni? Le Linee Guida, pur non essendo atti legislativi in senso stretto, hanno un loro valore giuridico persino quando non sono richiamati specificatamente da atti aventi rango legislativo (e non è questo il caso, peraltro): rappresentano la best practice di uno specifico settore. Costituiscono, così, al contempo, “fonte dell’obbligo di adeguamento e metro della diligenza richiesta a chi opera in un determinato settore” (così, per esempio, Tribunale d’Asti 22 ottobre 2010).

Cosa succede in caso di violazione delle prescrizioni? Al di là delle eventuali sanzioni amministrative specifiche, quando previste, per questo tipo di provvedimenti rilevano i principi generali in materia penale e civile. Per esempio, qualora fosse avanzata una richiesta risarcitoria da un cliente che, avendo contratto il virus Covid 19, decidesse di attribuirne la responsabilità alla struttura ricettiva, quest’ultima potrà cercare di sostenere l’adeguatezza della propria posizione (la propria diligenza) dimostrando di aver adottato tutte le misure previste dalle Linee Guida (parametro attuale della best practice del settore, a questi fini).

Finalità lodevole, dunque, quella delle Linee Guida: il mercato richiedeva indicazioni pratiche. Approssimativo però l’incipit, che mette in un unico calderone i destinatari del documento e pone norme a volte ineseguibili o che, se applicate, porterebbero a conseguenze deflagranti. Si consideri il riferimento alle “locazioni brevi”, categoria inesistente dal punto di vista civilistico e menzionate solo ai fini fiscali in alcune norme (tra cui il D-L 50/2017, che però le definiva tali solo se concluse tra persone fisiche per periodi non superiori ai trenta giorni e ai soli fini di quello stesso provvedimento).

Inoltre le responsabilità di un gestore di struttura ricettiva e di un locatore sono ontologicamente diverse. Si veda per esempio l’indicazione secondo cui “Potrà essere rilevata la temperatura corporea, impedendo l’accesso in caso di temperatura > 37,5 °C. Si tratta di un’apertura molto forte: il diritto di escludere l’ingresso a un turista che magari arriva con la famiglia da lontano (e dovrebbe dunque a quel punto andare?) o, ancor più, a un inquilino, può comportare conseguenze serie che non vengono però disciplinate dal Legislatore dell’emergenza. Ne deriva che tali conseguenze saranno governate dai principi generali del diritto privato.

Così come è affidata ai principi generali la disciplina di quanto accade in una struttura ricettiva in caso risultasse ospitato un paziente Covid. Si teme che molte strutture non riapriranno, proprio per il timore di venire travolte da simili eventi. Principi generali che verranno affrontati più adeguatamente nello specifico corso di Euroconference, di cui al link sottostante.Per esempio, diverso è trovare la temperatura corporea superiore ai 37,5° al turista al momento dell’accesso in struttura ricettiva, diverso è trovare febbricitante l’inquilino, a contratto di locazione già concluso (o magari un componente della famiglia) che sta prendendo in consegna il proprio appartamento, e provare a dirgli di non entrare: non pare compatibile con i principi di diritto privato, a contratto locativo già concluso, impedire all’inquilino l’accesso nell’unità immobiliare da lui locata.

Del resto le Linee Guida individuano talvolta dei veri e propri obblighi, ma in altri sembrano invece solo offrire dei suggerimenti, come nella questione della misurazione della temperatura.

Tra le previsioni più rilevanti rileva anche quella secondo cui “Nelle aree comuni è obbligatorio rispettare la distanza interpersonale di almeno 1 metro. Pertanto, è necessario promuovere e facilitare il rispetto di tale misura e favorire la differenziazione dei percorsi”. Un obbligo necessariamente inteso per le parti comuni della struttura ricettiva e non dell’edificio condominiale, in caso di locazioni o strutture ricettive all’interno di condomini.

Altra indicazione: Alle locazioni brevi devono essere applicate le misure di cui alla presente scheda, per le parti compatibili. Si raccomanda, al cambio ospite, l’accurata pulizia e disinfezione di ambienti, arredi, utensili e, laddove fornita, biancheria”. È da ritenersi che il concetto di “compatibilità” sia da valutarsi non solo sul piano fisico ma anche giuridico: a titolo di esempio, il locatore non ha alcuno strumento giuridico per impedire al conduttore di muoversi nelle parti comuni irrispettoso degli obblighi di distanziamento di 1 metro previsti, così come non può impedirgli di invitare a cena qualcuno che, per ipotesi, sia soggetto malato Covid, anche sintomatico. Può però, e deve, imporre alcuni obblighi nel contratto di locazione. Senza nessuna possibilità di verifica in merito al loro adempimento, però.

Nell’imminente Master di Specializzazione organizzato da Euroconference sul “Diritto della Hospitality tra Real Estate e turismo” rivolto ad avvocati, commercialisti e operatori del settore si parlerà dei principi generale di diritto privato che regolano il settore della Hospitality, del corretto inquadramento delle nuove formule di ospitalità e della relativa contrattualistica. Inoltre, in aggiunta rispetto a quanto indicato nelle locandine, si affronteranno anche di tutti i più recenti temi, tra cui:

– il funzionamento del Voucher sostitutivo fino al 30 settembre 2020, alla luce della recente segnalazione dell’Antitrust che ha ritenuto in contrasto con la normativa europea l’articolo 88 bis della legge 27/2020 che ne prevede la disciplina

– gli strumenti di prenotazione e cancellazione come regolati dai portali principali

– le criticità e i benefici connessi alle nuove forme di check-in digitalizzato, privilegiati dalla normativa Covid ma talvolta invisi dalle Questure

– le novità sull’imposta di soggiorno e i risvolti civilistici

Verranno anche forniti modelli contrattuali, sentenze rilevanti, schemi e sintesi delle principali normative specifiche e dei principi generali che governano questo mercato. E’ possibile iscriversi a un singolo incontro (in foto, la prima giornata) o all’intero Master e sono previste facilitazioni economiche per alcune situazioni.

E’ possibile iscriversi tramite il seguente link:

https://www.euroconference.it/centro_studi_forense/diritto_della_hospitality_tra_real_estate_e_turismo

Non solo bonus: anche vincoli

La tanto attesa ripresa delle attività produttive nella c.d. fase 2 sta coinvolgendo anche gli operatori della Hospitality con nuovi incentivi ma anche nuovi vincoli. Albergatori, gestori di strutture ricettive extra-alberghiere, Property Manager e proprietari privati di appartamenti che operano con locazioni brevi si stanno adoperando per rintracciare nella normativa le nuove disposizioni che regolano il settore: sgravi fiscali e bonus, già più volte trattati, ma anche vincoli e norme di sicurezza volti alla prevenzione di un nuovo contagio. Tanti i dubbi, poche le risposte.

Particolarmente critica in questo contesto è l’equiparazione tra contratti di soggiorno in strutture ricettive e locazioni turistiche in appartamenti privati: questione da tempo spinosa, più accesa del solito ora che è necessario individuare i destinatari delle norme legate al Covid 19. Diversa è la natura delle responsabilità di questi operatori, ma tutti sono costretti a confrontarsi con l’esercizio di rinvenire i rischi, gli obblighi e i vincoli sparsi nella normativa nazionale e regionale ordinaria e dell’emergenza.

Se ne parlerà, in termini più tecnici, insieme a diverse altre questioni giuridiche inerenti ai nuovi modelli di Hospitality, nel Master di Specializzazione organizzato da Euroconference sul “Diritto della Hospitality tra Real Estate e turismo di cui al seguente link:

https://www.euroconference.it/centro_studi_forense/diritto_della_hospitality_tra_real_estate_e_turismo

I BONUS VACANZE: chi può beneficiarne e come

Con il Consiglio dei Ministri del 13 maggio 2020, il Governo ha approvato il c.d. Decreto rilancio, (ex decreto aprile, ora decreto maggio), ancora in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, prevedendo misure straordinarie di aiuti diretti e indiretti alle famiglie e alle imprese e interventi specifici anche in materia di turismo e Hospitality.

È il Titolo VIII, al capo Capo I dello schema di decreto-legge, che si occupa delle Misure per il turismo e la cultura. L’art. 183, al comma 1 prevede per il periodo d’imposta 2020un credito in favore dei nuclei familiari con ISEE in corso di validità, ordinario o corrente ai sensi dell’articolo 9 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 5 dicembre 2013 n. 159, non superiore a 40.000 euro, utilizzabile, dal 1° luglio al 31 dicembre 2020, per il pagamento di servizi offerti in ambito nazionale dalle imprese turistico ricettive, nonché dagli agriturismo e dai bed &breakfast in possesso dei titoli prescritti dalla normativa nazionale e regionale per l’esercizio dell’attività turistico ricettiva.

Molti i dubbi sui soggetti beneficiari della misura e specialmente sulla possibilità di includere le strutture ricettive non imprenditoriali. Il decreto individua infatti le imprese turistiche ricettive tramite un doppio rinvio alla normativa nazionale e regionale sul punto. Può essere utile quindi, a scopo definitorio, ricordare che l’Art. 4 del Codice del Turismo del 2011 indicava, ai fini di quel decreto, come imprese turistiche “quelle che esercitano attività economiche, organizzate per la produzione, la commercializzazione, l’intermediazione e la gestione di prodotti, di servizi […] concorrenti alla formazione dell’offerta turistica”. Quanto all’ulteriore qualifica di “ricettive”, è necessario rinviare alla legislazione regionale. Uno specifico problema connesso alla ricorrente questione dell’inquadramento dei gestori di strutture ricettive pre-qualificate dalle Regioni come non imprenditoriali: è il caso, per esempio, dei B&B. Per risolvere la questione la norma rende esplicita l’estensione del beneficio ad agriturismi e ai B&B, spesso definiti come strutture ricettive non imprenditoriali da alcune normative regionali. La ratio di questa estensione è evidentemente quella di aiutare tutte le strutture ricettive, incluse quelle più modeste per dimensioni e organizzazione: pertanto un’interpretazione coerente con tale ratio porta ad includere tra i beneficiari del Bonus tutte le strutture ricettive tra loro ontologicamente assimilabili sul territorio, indipendentemente dalla specifica qualificazione (peraltro di dubbia legittimità) regionale: anche le c.d. CAV non imprenditoriali, quindi.

Il Bonus opera come tax credit usufruibile “da un solo componente per nucleo familiare” ed “è attribuito nella misura massima di 500 euro per ogni nucleo familiare. La misura del credito è di 300 euro per i nuclei familiari composti da due persone e di 150 euro per quelli composti da una sola persona.”

Sono inoltre previste ulteriori stringenti condizioni, prescritte a pena di decadenza per il suo riconoscimento:

a) le spese debbono essere sostenute in un’unica soluzione in relazione ai servizi resi da una singola impresa turistico ricettiva, da un singolo agriturismo o da un singolo bed & breakfast;

b) il totale del corrispettivo deve essere documentato da fattura elettronica o documento commerciale ai sensi dell’articolo 2 del decreto legislativo 5 agosto 2015, n. 127, nel quale è indicato il codice fiscale del soggetto che intende fruire del credito;

c) il pagamento del servizio deve essere corrisposto senza l’ausilio, l’intervento o l’intermediazione di soggetti che gestiscono piattaforme o portali telematici diversi da agenzie di viaggio e tour operator

Il pagamento del servizio dovrà essere effettuato quindi senza l’ausilio o l’intermediazione di soggetti che gestiscono portali telematici diversi dalle agenzie di viaggio e tour operator. Curioso, quest’ultimo vincolo, che sembra volto a non disperdere i benefici del contributo attraverso l’intermediazione di piattaforme online (spesso di origine straniera) ma che in realtà lascia molta nebbia sullo spartiacque che andrebbe tirato tra le diverse figure.

La norma definisce anche le modalità di applicazione della misura. Il contributo dello Stato potrà essere scomputato solo per l’80% dal corrispettivo dovuto alla struttura mentre il 20% è riconosciuto come detrazione di imposta sul reddito. Inoltre il fornitore del servizio potrà monetizzare lo sconto concesso al cliente solo sotto forma di credito di imposta in compensazione: una modalità di utilizzo del contributo  inspiegabilmente complessa, che potrebbe penalizzare gli utenti che non hanno spazio sul reddito per il recupero della detrazione di imposta e gli operatori che concedono lo sconto, i quali potrebbero non avere imposte da compensare e dovrebbero ricorrere alla cessione del credito a terzi  per monetizzarlo.

Nel ringraziare i nostri professionisti Donatella Marino e Alfredo Imparato per il supporto offerto, rileviamo che il contributo al settore della ricettività turistica e della Hospitality italiana è per ora piuttosto contenuto sia per gli importi sia per l’estensione dei beneficiari, oltre ad essere di difficile fruizione. Per un settore così duramente colpito dalla emergenza sarà necessario intervenire con qualcosa di più incisivo.

Contratto di soggiorno e di locazione: è possibile cancellare la prenotazione?

Prenotare significa manifestare ad una potenziale controparte la propria volontà di ottenere una prestazione. È un’operazione molto diffusa in alcuni settori, come quello della ristorazione, quello dei trasporti aerei e quello alberghiero. Ma si realizza con modalità e per finalità diverse, con conseguente diverso trattamento giuridico.

Quanto all’ambito della Hospitality, è raro che il viaggiatore si presenti personalmente in una struttura ed ottenga l’alloggio immediatamente. Ciò che capita solitamente è invece che prenoti in anticipo il proprio soggiorno. Completamente diversa, invece, la prassi in materia di locazioni, almeno fino all’avvento dei “portali di prenotazione” (come definiti dalle recentissime normative sull’emergenza COVID).

La prenotazione alberghiera non è disciplinata normativamente dal nostro ordinamento (così come più in generale non lo è il contratto d’albergo). Per il suo inquadramento giuridico si ricorre pertanto a strumenti con simili finalità o del tutto atipici. In assenza di specifica disciplina, possono individuarsi due tesi prevalenti sull’inquadramento civilistico di questo istituto.

La prima, accolta dalla giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, considera la prenotazione alberghiera il momento in cui il contratto d’albergo si perfeziona. Soluzione che, dopo i recenti interventi normativi, può certamente estendersi più in generale ai contratti di soggiorno. Tale manifestazione di volontà si considera un atto unilaterale di accettazione dell’offerta pubblica di alloggio effettuata dall’albergatore. Una vera e propria accettazione, dunque.

Una delle Sentenze più rappresentative di questa visione lo spiega chiaramente.

Il contratto di albergo, in ragione del carattere di offerta al pubblico che l’albergatore fa con la gestione dell’impresa alberghiera nelle forme d’uso, si conclude nel momento in cui l’albergatore viene a conoscenza dell’accettazione espressa o tacita del cliente; al quale fine assume rilievo anche la c.d. prenotazione la cui revoca determina l’obbligazione di tenere indenne l’albergatore che non abbia effettivamente utilizzato la camera per il periodo prenotato.” (Cass. Civ, Sez III, 3 dicembre 2002 n. 17150)

Ne consegue che la c.d. cancellazione della prenotazione, rappresenterà la sottrazione da uno specifico vincolo contrattuale da parte dell’ospite: il contratto di soggiorno già concluso.

Esiste una seconda interpretazione, con più credito in dottrina, che considera la prenotazione alberghiera un atto preparatorio al successivo e solo eventuale contratto di soggiorno. Sarebbe un contratto autonomo, atipico, consensuale, unilaterale, essenzialmente gratuito attraverso il quale l’albergo si obbliga a tenere a disposizione del viaggiatore un alloggio mentre quest’ultimo acquista il diritto a stipulare l’accordo definitivo. Il contratto di soggiorno si perfezionerebbe solo al momento dell’accesso del cliente al proprio alloggio. Seguendo tale impostazione, il viaggiatore che stipula un contratto di prenotazione alberghiera sarebbe esonerato da ogni obbligazione (per un approfondimento vedi:  “La nuova ospitalità turistica” edito Key Editori nel 2018, autori D. Marino, A. Lanzi e G. Marino)

Tanto vale ancor più per chi pone in essere locazioni c.d. turistiche, una soluzione contrattuale spesso e a più livelli (e altrettanto spesso impropriamente) associate ai contratti di soggiorno in strutture ricettive.

Per ovviare all’incertezza della teoria giuridica e delle altrettanto incerte conseguenze, è importante che l’albergatore, il gestore della struttura e a maggior ragione il locatore disciplinino nelle proprie condizioni generali o quantomeno nell’annuncio posto on line natura, funzione e disciplina dell’eventuale prenotazione, tenendo però presente anche le previsioni imposte nei Termini di utilizzo dalle OTA, eventualmente introducendo deroghe, laddove possibile, e ovviamente attenendosi al dettato normativo.

Contratti di soggiorno fino al 30 settembre 2020: disciplina inderogabile

Il Legislatore è intervenuto con un incisivo provvedimento di carattere giuridico in supporto alla Hospitality italiana. E, con un occhio al futuro, ha disciplinato il periodo dal 4 maggio al 30 settembre 2020 attraverso le modifiche introdotte con la Legge 24 aprile 2020 n. 27 che ha convertito con modifiche il Decreto-legge 17 marzo 2020 n. 18 (il c.d. Cura Italia). Il Legislatore statale ha così introdotto norme volte a contenere il fenomeno delle c.d. “cancellazioni” dei contratti di soggiorno da parte di alcuni portali con contestuale rimborso integrale immediato al cliente/Guest di quanto già eventualmente versato. Un fenomeno che ha travolto tutte le strutture ricettive e i locatori che fruivano di questi “portali di prenotazione” (così definisce la nuova normativa le c.d. OTA, come Booking, e le piattaforme simili come Airbnb), e che rischia di protrarsi.

La norma si rivolge a tre tipologie di destinatari: a questi “portali di prenotazione”, che dovranno attenersi ai vincoli disposti dalla nuova legge, ai gestori di alberghi e strutture ricettive, che godranno di un nuovo strumento, e degli stessi viaggiatori/Guest, che non rimarranno sguarniti di tutela e indotti così a procedere con le prenotazioni nei prossimi mesi, caratterizzati da serie incertezze.

È l’Art. 88-bis – Destinatari della risoluzione per impossibilità sopravvenuta, introdotto con la legge di conversione, che introduce alcuni chiarimenti, chiarendo, tra l’altro che  “…ricorre la sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta in relazione ai contratti di trasporto aereo, …, ai contratti di soggiorno e ai contratti di pacchetto turistico” stipulati da soggetti che sono stati colpiti da provvedimenti o vicende, specificamente elencate, connesse con l’emergenza relativa al Covid 19. Questa tipologia di viaggiatori/Guest deve comunicare il ricorrere di una delle cause impeditive: strutture o portali alle strutture ricettive o al portale eventualmente utilizzato che, entro trenta giorni dalla comunicazione, “procedono al rimborso del corrispettivo versato per il titolo di viaggio e per il soggiorno ovvero all’emissione di un voucher di pari importo da utilizzare entro un anno dall’emissione”.

Soluzione simile quando la causa impeditiva si verifica nella sfera della struttura ricettiva: il punto 5 chiarisce che “Le strutture ricettive che hanno sospeso o cessato l’attività, in tutto o in parte, a causa dell’emergenza epidemiologica da COVID-19 possono offrire all’acquirente un servizio sostitutivo di qualità equivalente, superiore o inferiore con restituzione della differenza di prezzo, oppure procedere al rimborso del prezzo o, altrimenti, possono emettere un voucher, da utilizzare entro un anno dalla sua emissione, di importo pari al rimborso spettante.

Di particolare interesse sono però i capoversi da 10 a 13 del medesimo art. 88 bis che estende le tutele anche a “tutti i rapporti inerenti ai contratti di cui al presente articolo e instaurati con effetto dall’11 marzo 2020 al 30 settembre 2020 nell’intero territorio nazionale anche …per le prestazioni in favore di contraenti provenienti dall’estero”: se interviene una causa impeditiva causata dall’emergenza epidemiologica, l’eventuale caparra o acconto versato può essere sostituito, a discrezione della struttura ricettiva, da “un voucher di pari importo valido per un anno dall’emissione”. E questo a discrezione della struttura, in quanto, specifica il successivo capoverso, “L’emissione dei voucher …non richiede alcuna forma di accettazione da parte del destinatario”.

 Importante ricordare che la normativa estende e impone queste previsioni anche a coloro che abbiano prenotato tramite “un’agenzia di viaggio o di un portale di prenotazione, anche in deroga alle condizioni pattuite”  in quanto “costituiscono norme di applicazione necessaria”. In altre parole, le disposizioni normative sono inderogabili e prevalgono sull’eventuale disposizione difforme prevista dai portali. Con le inevitabili conseguenze, in caso di disconoscimento di tali prescrizioni.

TAX CREDIT E LOCAZIONI

Il mondo della Hospitality accoglie con preoccupazione l’intervento legislativo in materia di Tax Credit in ambito locativo e auspica un nuovo intervento inclusivo di ulteriori categorie.

La criticità nasce dalla previsione del credito limitatamente agli immobili rientranti nella categoria catastale C/1, vale a dire “botteghe e negozi”.

Come chiarisce il dr. Alfredo Imparato, uno dei nostri professionisti, con la circolare n. 8/E pubblicata lo scorso 3 aprile l’Agenzia delle Entrate ha fornito, tra l’altro, i primi chiarimenti in merito al credito d’imposta previsto per alcune categorie di operatori tenuti al pagamento di canoni di locazione.

Si tratta dell’art. 65 del DL 18/2020, c.d. Cura Italia che disciplina il credito d’imposta per botteghe e negozi (“1. Al fine di contenere gli effetti negativi derivanti dalle misure di prevenzione e contenimento connesse all’emergenza epidemiologica da COVID-19, ai soggetti esercenti attività d’impresa è riconosciuto, per l’anno 2020, un credito d’imposta nella misura del 60 per cento dell’ammontare del canone di locazione, relativo al mese di marzo 2020, di immobili rientranti nella categoria catastale C/1. 2. Il credito d’imposta non si applica alle attività di cui agli allegati 1 e 2 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 11 marzo 2020 ed è utilizzabile, esclusivamente, in compensazione ai sensi dell’articolo 17 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241. 3. Agli oneri derivanti dal presente articolo si provvede ai sensi dell’articolo 126.”)

Con l’art. 65 viene riconosciuta quindi un’agevolazione fiscale nella forma di un credito d’imposta ai soggetti esercenti attività d’impresa, escludendo di conseguenza i soggetti esercenti arti e professioni.

Il credito d’imposta spetta sul canone di locazione pagato. Questo in quanto la finalità dell’agevolazione, sottolineata dalla stessa Agenzia delle Entrate, è quella “di ristorare il soggetto dal costo sostenuto costituito dal predetto canone, per cui, in coerenza con tale finalità, il predetto credito maturerà a seguito dell’avvenuto pagamento del canone medesimo” (Risposta 3.1).

Non è comprensibile come mai una pari esigenza di ristoro non sia stata percepita e soddisfatta anche a favore delle altre categorie di esercenti, tra cui gli operatori della Hospitality, che abbiano continuato a corrispondere i canoni di locazione malgrado l’evidente tracollo del settore. E questo tanto più nelle Regioni in cui la chiusura delle strutture ricettive sia stata normativamente imposta.

A conferma di questa impostazione restrittiva l’Agenzia delle Entrate ha insistito sulla categoria catastale C/1 (negozi e botteghe) che può fruire della agevolazione (Risposta 3.2) lasciando, quindi, esclusi dall’agevolazione in esame i contratti di locazione di immobili rientranti nelle altre categorie catastali anche se aventi destinazione commerciale.

La dottrina si è espressa in modo critico sui requisiti richiesti dalla normativa per poter accedere all’agevolazione, che opera un’ingiustificata disparità di trattamento a sfavore degli operatori esclusi dal beneficio pur trovandosi in pari o peggiore situazione di disagio.

In particolare, vengono contestati due aspetti. Innanzitutto il perimetro degli immobili “agevolabili”. È indispensabile estendere la platea dei fruitori anche ad altre tipologie di immobili (non solo in funzione dell’accatastamento a C1) e di esercenti, includendo anche i gestori di alberghi o altre strutture ricettive, di qualsiasi natura o dimensione, gravemente pregiudicate dall’attuale emergenza sanitaria, e i gestori di appartamenti privati (i Property Manager) che operano con i contratti rent to rent (vuoto per pieno).

Ma non solo. È necessario allargare anche la tipologia contrattuale tutelata, in modo da ricomprendere, oltre ai contratti di locazione, anche i contratti di affitto d’azienda, spesso utilizzati per diverse attività commerciali, quali gli alberghi.

HospitalityLawLab continuerà a offrire aggiornamenti sulle novità che coinvolgono il settore in questa fase di emergenza (vedi anche l’imminente seminario tenuto dai nostri professionisti il prossimo Martedì 28 per Euroconference), ringrazia il dr. Imparato per il contributo e auspica un intervento del Legislatore in tempi brevissimi in materia di Tax Credit per l’Hospitality nella direzione sopra indicata.