L’emergenza casa e la valorizzazione delle opportunità di business legate al turismo rendono attuale il tema delle locazioni di durata media. Da un mese a pochi anni, diciamo. Una formula molto richiesta sul mercato, da lavoratori italiani e stranieri, ma anche da studenti o giovani coppie ancora non stabilizzate. Un tipo di locazione che richiederebbe soluzioni normative chiare e snelle.
Tra gli strumenti a disposizione nel nostro sistema in realtà una soluzione esisterebbe già: è il contratto di locazione di natura transitoria. Che potrebbe essere la chiave, se la rigidità di questa formula non ne scoraggiasse l’utilizzo. Nomadi digitali, professionisti che si spostano per soluzioni lavorative temporanee, o comunque inquilini che semplicemente non intendono impegnarsi in un contratto di 4 anni (+4): richiedono contratti più semplici di quelli attuali e senza troppi paletti, anche quando l’esigenza dell’inquilino non è “esclusivamente turistica”.
Ma sono soprattutto i proprietari spesso costretti a scartare questa opzione, macchinosa, piena di pre-requisiti (durata pre-definita in modo rigido, necessità di rispettare uno specifico modello contrattuale, esigenze di “transitorietà” pre-selezionate e soprattutto da comprovare oltre che nelle città più popolose un canone pre-determinato e inferiore rispetto al mercato) e che espone a un altissimo rischio di riconversione in locazione lunga (4 +4 anni). Per questo, lo strumento resta ben poco attraente, malgrado gli incentivi fiscali.
Ha trattato la peculiarità di questa formula contrattuale Donatella Marino, avvocato fondatore di Hospitality Law Lab, nel contributo pubblicato su Euroconference Legal, ripercorrendo le ultime posizioni dei nostri giudici su questo tema.

